A belly full of wine - Romanzo

giovedì 28 febbraio 2013

Dai low cost ai cosmetici di lusso: la riscossa dell'amor proprio

Limitless undying love, which shines around me like a million suns...

Vi devo aggiornare su un po’ di cose frivole. E scusarmi per il silenzio protratto dovuto, tra le altre cose, alla micidiale influenza che mi ha travolto nelle scorse settimane. Sono anche quasi sicura che il crollo delle mie difese immunitarie sia stato provocato dai numerosi travasi di bile che hanno seguito le due disgraziate vicende con Ryanair e Easy Jet. E’ stato troppo, il fisico non ha retto e mi sono allettata.
Cmq, sono risorta, saranno state le elezioni (ahahahahah!) o più probabilmente la parentesi di sole (nonostante il gelo) che mi ha ringalluzzito. E poi ho ricominciato a prendere la papaya, sarà pure quello: niente ti dà l’illusione di benessere che spendere 90 euro di integratori in farmacia.
Cmq, capirete che non me la sento di affrontare argomenti troppo complessi quindi, a parte due parole per aggiornarvi sulla mia rottura col maestro di yoga (ma va?) ed informarvi che sono alla ricerca di una nuova palestra, voglio parlare solo di cose leggere. Rispetto allo yoga, ciò che posso dire di avere imparato nei mesi di frequenza del corso è un eroico distacco dalla ridarella isterica, sono finalmente emancipata, imperturbabile: in sei mesi ho imparato a mantenere un’espressione compassata di fronte a qualsiasi funambolismo lessicale, dal brodo radioso alla vagina cosmica. Alla fine però, tutta questa spiritualità è sfociata in una divergenza di carattere altamente teologico e filosofico: la scadenza degli ingressi dei due tesserini che avevo malauguratamente deciso di regalare a mio fratello e a Mr. P. per Natale, desolatamente rimasti inutilizzati e tragicamente in scadenza il 28 del mese. La conclusione è stata che il Maestro Yoda si è catturato 110 eurini e non mi ha concesso nessuna proroga - ça va sans dire...Però a sua parziale discolpa devo riconoscere una ultraterrena faccia da culo quando ha osato rimproverarmi che lo yoga è disciplina...ma vaff...!
Vabbè, ormai 100 in più, 100 in meno: non ci faccio nemmeno più caso. Il bello di non preoccuparsi più dei soldi nonostante lo stipendio da fame: potere della spiritualità zen.
In compenso, il gatto Piumino cresce come un vitello e a 4 mesi è grosso come un cane di taglia media. Mr P. dice che è il pelo che è gonfio, io dico che sono i quintali di petto di pollo che ingurgita alla velocità del suono, cmq tranquilli, lo segue una veterinaria francese progressista e figlia dei fiori: non lo stiamo maltrattando.

Allora, argomento frivolo numero 1: ho scoperto i tutorial sul sito di Chanel. In pratica c’è questa bonazza (una bellezza molto fine) con un diamante da 2 carati al dito che illustra varie soluzioni di trucco, utilizzando - per l’appunto - gli ambiti cosmetici di Coco. E siccome io non sono proprio una che sperimenta, ho deciso di affidarmi a mademoiselle cecio da 2 kt e, seguendo i suoi consigli, ho acquistato un ombretto in crema luminescente (ovvero carico di brillantini) dall’evocativo nome di fantasme. Per l’occasione, sono tornata dopo secoli nella profumeria sotto casa che qualche anno fa si è trasformata da Beauty Shopping in Fragranze d’Autore - cosmetici di lusso (e voi capite bene che è stato come se avessero appeso una foto del kaiseki con sopra una X, al posto dell’insegna). Devo dire che la tipa è stata pure carina, non mi vedeva più dalla pubertà ma mi ha regalato lo stesso un campione di rimmel e uno di antirughe. Era dispiaciuta di aver saltato tutti i campioni prime rughe ma è andata così...
Ho intenzione di acquistare anche un rossetto che definiscono di culto e se mademoiselle cecio dice che è di culto io sono in una fase che ci voglio credere (ho bisogno di un nuovo guru ora che non ho più un maestro di yoga): un color prugna un po’ sbiadito, devo assolutamente provarlo. Per questo ho anche deciso di rinnovare il mio parco pennelli da trucco e provare per una volta l’ebbrezza dell’applicazione del rossetto col pennellino. Il problema è che i pennelli in questione li ha presi una mia amica su Internet ma ha sbagliato a fare l’ordine e mi ritrovo con una teoria di pennelli per gli occhi e nessun pennello per le labbra. Poco male, proverò gli smoky eyes.
Ho anche comprato uno smalto rosa antico in un negozio nuovo che ha aperto sotto il mio ufficio: Inglot. Marca mai sentita, polacca...sto evidentemente attraversando una fase d’acquisto indiscriminato tardo invernale.
Ora basta turbarvi con queste sciocchezze (sono più signorile anche nel linguaggio: se avete notato, oggi niente parolacce. O quasi.) mi sento anche un po’ in colpa per avervi tratto in inganno col sottotitolo mistico di John. Vi aggiornerò sui prossimi acquisti rivoluzionari e magari metterò pure qualche foto: è una promessa? Una minaccia? Ai posteri l’ardua sentenza...

mercoledì 13 febbraio 2013

Low cost take II: Easyjet e la decadenza del Kaiseki

Vorrei anticipare i commenti di chi, una volta finito di leggere penserà: ma il treno no?
O, ma il Circeo te fa tanto schifo?
O - infine - una compagnia aerea normale?

Non lo so, non so cosa rispondervi: mi sembra di vivere nel paese...anzi, no, una volta tanto, nell'universo dei campi di fregature mature. Un luogo onirico ma tragicamente reale, in cui ogni passo falso (ove per passo falso, intendo una decisione/interazione/transazione compiuta senza l'ausilio, il supporto e l'assistenza di un avvocato bravo o di un cardinale traffichino o del capoccia di un capo campo rom. Senza offesa per nessuna delle tre fattispecie) dicevo, ogni passo falso è punito con inappellabili sanzioni o - più semplicemente - tangenti pulite.
Dopo aver archiviato (senza aver recuperato un soldo, nonostante l'assicurazione) la vicenda Ryanair, oggi - mi vergogno pure a dirlo - devo affrontare il caso della Easy Jet.
Aò ce stai a prende in giro?!
No miei cari, è che - a quanto pare - io recupero sòle praticamente ovunque. E questo mi avvilisce, mi deprime e mi rende incredula ma tant'è.

Compro 3 biglietti per una destinazione che non vi sto a nominare perchè irrilevante e, se qualcuno ha dimestichezza con questa compagnia, ha presente la scacchiera di opzioni che offre: i 3 giorni affiancati per l'andata, i tre affiancati per il ritorno, con le tariffe nei riquadri...insomma, io faccio tutto, pago e alla fine, leggendo il riepilogo di volo lo shock: ho sbagliato la partenza! Dovevo selezionare un giorno, ho selezionato quello dopo, accorciando di fatto una trasferta già micro. Tento subito la procedura di rettifica online, si può fare! Esulto! C'è da pagare la differenza del costo dei biglietti, 62 centesimi a biglietto. Mi commuovo: qualcosa funziona, non sono perduta! Purtroppo c'è da pagare anche una penale che non ho capito bene a quale spesa amministrativa corrisponda, visto che il biglietto me lo sto prenotando da sola, cmq questa penale ammonta a 41 euro a biglietto, in più la commissione per la carta di credito...cambiare la partenza, 3 minuti dopo aver acquistato il biglietto costa 131 euro.
Sono allibita, provo a contattare il call center (tipo 60 centesimi al minuto) e un disco mi dice che, a causa del maltempo, le linee sono intasate, che l'attesa potrebbe essere lunga in modo indefinibile e, quindi, a meno che io non abbia un volo in partenza entro 72 ore, mi invitano a richiamare. Attacco, mando una mail all'assistenza e mi rispondono che, avendo le linee intasate, mi risponderanno appena possono ma - sostanzialmente - di non farmi illusioni.
Voi che avreste fatto?
Lo so, probabilmente anche solo per una questione morale avrei dovuto far pace col granchio preso e accettare di aver accorciato la permanenza della famiglia Kaiseki nella località misteriosa a causa della mia rincoglionitaggine. Però, che diamine!, mi sono detta e...ho rettificato a pagamento la prenotazione, con buona pace del conto in banca ma anche - e soprattutto - con buona pace della logica, del senso comune, della civiltà, dell'illuminismo e dei tremila anni di storia che ci hanno trasformato da scimmie in esseri pensanti e, via via, in esseri schiavi di un sistema inadeguato, che in onore della schematizzazzione low cost dei processi trasferisce su un povero disgraziato utente, l'onere del mancato intervento da forse 2 minuti di lavoro di un altro essere umano, vincolato da un contratto regolare ad un'azienda (la Easy Jet, in questo caso). Noi, oggi, abbiamo un indirizzo email e il numero di un call center a pagamento che fa capo ad una società ungherese e che non è in condizione - non parlo di buona volontà, parlo di non essere in condizione spirituale e materiale - di andare oltre le n procedure che ha codificate sul manualetto del perfetto centralinista o del perfetto controllore di centralinisti.
Non è finita, sedetevi comodi: il giorno dopo mi arriva una mail in cui un tale Paolo S. (che tenerezza per quel nome e cognome di un poveraccio con un lavoro infame che, per una volta che sente di essere riuscito a risolvere, col proprio lavoro, il problema di un altro essere umano, e che mette in calce alla comunicazione, con orgoglio, il suo nome.  E lo dico perchè di solito le risposte dei customercare@ si firmano col nome, punto). Insomma, Paolo mi rassicura, mi dice che sistemeranno il mio errore, mi scrive addirittura non si preoccupi (chissà che gli avevo scritto!) ma mi dice di mettermi il prima possibile il contatto col call center, che lui inserirà una nota sulla mia pratica perchè mi aiutino al meglio. Io sono incredula, felice...mi sento miracolata! Mi precipito a chiamare il call center (stesso disco apocalittico del giorno prima) ma stavolta aspetto e dopo un po' mi risponde la solita Irina a cui spiego brevemente la vicenda ma che appare perplessa: poichè ho già provveduto a modificare a pagamento la prenotazione, per loro è un po' come se il problema non ci fosse. Stornare l'addebito della carta di credito delle penali? Nemmeno a pensarci! Avere un voucher da poter spendere in un secondo momento? Aspetti, chiedo al mio supervisore. No, signora: brutte notizie. Non posso aiutarla.
E io?
Io, dopo la Ryanair, dopo la OneClaims, dopo la Radisson Blu (che mi ha addebitato 2 volte l'importo dell'hotel di Stansted...un'altra storia allucinante) mi sento svuotata.
Scrivo a Paolo S. e gli spiego che mi hanno detto t'attacchi, chiedo anche a lui circa la possibilità di avere un buono...io non sto chiedendo un'elemosina, io ho pagato un biglietto 131 euro più di quanto costasse, per un mio errore (SI', MIO DIO, HO SBAGLIATO!) di cui mi sono accorta 12 secondi dopo averlo commesso...
Paolo S. mi risponde, si scusa, dice che si era sbagliato, che il suo superiore non ha accettato di applicarmi un trattamento di favore. Mi scrive pure che spera che io accetti le sue scuse personali.

E io mi immagino Paolo, un bravo ragazzo, uno che ci prova, uno che prova a tirare fuori il meglio da un lavoro sostanzialmente demmerda, uno che sbaglia (come me) e che si scusa (come me) e che (come me) è impotente di fronte ad un sistema di procedure inflessibile e ottuso e, vediamo un po'...infame?

E penso che per allargare i nostri orizzonti, per aprirci al mondo, per affrontare la concorrenza spietata, sempre più agguerrita, ci siamo - in qualche modo - privati della libertà di commettere un errore umano, o di imbatterci in un inconveniente (la neve...) o di non essere - cazzo - abbastanza diffidenti e malfidati e paraculi e quello che vi pare, quando stipuliamo un accordo con aziende rinomate, sostenibili, trasparenti, che fanno della parola customer satisfaction il proprio trasparente vessillo.

E penso anche che per i prossimi mesi non organizzerò nessuno spostamento che mi porti più in là del quadrato Formello/Guidonia/Castel Fusano/Maccarese.
Nord, est, sud e ovest: se ci arriva la corriera, forse, ci penso.
Sennò, semplicemente, non me lo chiedete: non ce la posso fare.

venerdì 8 febbraio 2013

Incubo Ryanair parte II: how it turned out

Recupero tutta la documentazione, litigo con i call center, invento un modo per mandare la raccomandata a Dublino, aspetto e questa che vi allego sotto è la risposta.

Re: Annullamento  790878/82992/MR


Oggetto: 865xxx/xxxxx/MR

Buongiorno,
La ringrazio per la Sua documentazione.

In merito alla Sua richiesta d’indennizzo per l’annullamento del viaggio Ryanair, siamo spiacenti di doverLa informare che la Sua richiesta d’indennizzo è stata rifiutata.

Prendendo in considerazione i Suoi documenti e facendo riferimento ai Termini e Condizioni della Sua polizza, vorremmo evidenziare la casistica che e` coperta dalla Sua polizza nella sezione A- Annullamento:

“Decesso, gravi infortuni personali o malattia durante il periodo coperto dall'assicurazione di:

Assicurato, o
persona in viaggio con l'Assicurato,
o
un parente, o
un socio in affari che vive nello stesso paese di residenza dell'Assicurato, o un amico o un parente che vive all'estero, con il quale l'Assicurato risieda”. un amico o un parente che vive
all'estero, con il quale l'Assicurato risieda.
b. L'Assicurato, o la persona in viaggio con
l'Assicurato:
convocato in qualità di giurato o  testimone in tribunale, o posto in quarantena obbligatoria, o
richiesta all'Assicurato da parte delle Autorità di Polizia, di essere presente al proprio domicilio o sede della propria attività nel propri paese di residenza, in seguito a furto entro sette giorni dalla data di partenza
in seguito a danni accidentali all'abitazione dell'Assicurato o di altri che rendono la casa non agibile, entro sette giorni dalla data di partenza.
condizione di disoccupazione, fornendo la condizione di indennità ai sensi della legge vigente i materia di licenziamento
essere inviati all'estero o revoca del congedo per i membri di Forze Armate, Polizia, Vigili del Fuoco,
Servizi Infermieristici o Ambulanza”.

Dalle informazioni da Lei fornite emerge che il Suo volo e` stato cancellato dalla compagnia aerea per cui il Suo caso non e`coperto dalla Sua polizza e di conseguenza non e` possibile procedere ulteriormente riguardo alla Sua richiesta d’indennizzo.

Speriamo che le spiegazioni fornite riguardo alla Sua richiesta siano sufficientemente chiare.

Cordiali saluti,

Gestione richieste risarcimento
 
Quindi ciccia.
Vi confermo che - a meno che non decidiate di stirare le zampe durante il weekend nella capitale europea del volo low cost - di risparmiarvi l'assicurazione di viaggio Ryanair perchè è una sòla.

Sic transit gloria mundi.

giovedì 31 gennaio 2013

You're always wearing jeans, except on Sunday...

Ho un’amica che si lamenta di avere nell’armadio vestiti tutti pressochè identici.
Più di un’amica, a pensarci bene.
Anche io, in effetti, ho affinato negli anni una singolare tendenza ad acquistare sempre le stesse cose. Ora, l’amica in questione, mi raccontava che ieri ha comprato un nuovo paio di scarpe: l’ennesimo tronchetto, stavolta blu. E io l’ho guardata storto, perchè la settimana scorsa le avevo impedito di comprare un paio di stivaletti alla caviglia, invitandola a riflettere su questa sua maniacale, insana propensione ad accumulare tronchetti. Che - per inciso - non rappresentano esattamente quel tipo di scarpa che sfina e va su tutto, proprio no.

In realtà, se ci penso bene, vivo ciclicamente periodi in cui non solo acquisto gli stessi modelli di scarpe-abiti-stivali-borse di tutta una vita ma vado volentieri di due in due. E ho notato che, da quando c’è lo Shogun, nella fretta da shopping zippato (tipo che ho mezz’ora per comprare qualcosa - qualunque cosa - e mi infilo in un camerino con le braccia cariche e la mente annebbiata) se provo un capo che mi piace ne prendo due - anche tre - di colori diversi. Golf, pantaloni, sciarpe (borse no, costano troppo). Ho il collo alto rosa a rombi verde e lo stesso blu a rombi arancio, il cardigan grigio e uguale quello nero e quello beige. A Londra mi sono superata comprando 4 paia di pantaloni identici: uno nero, uno verde militare, uno  giallo e uno  verde acqua (sì, verde acqua: era in saldo).

Mi sono appena resa conto che a questo punto il nostro ragionamento si scinde: da un lato possiamo continuare a scherzarci su, dall’altro - se mai il post lo leggesse uno psicoterapeuta - penso che avrebbe una sua propria, rilevante opinione in merito alla faccenda e, se crede, può condividerla. (cosa non si fa per un commento!)
 
Cmq, noi facciamo finta che non sia niente di grave ed esploriamo la vicenda a modo nostro.
Io vi chiedo: quante paia di stivali marroni col tacco basso o medio avete nella scarpiera? Perchè io, se dipendesse da me, ne comprerei uno ad ogni sortita in negozio di scarpe. Oppure, quante volte vi fermate davanti ad una vetrina ad esaminare tutti i colori e le varianti di prezzo dei berretti di cashemire? No, perchè, diciamolo: un berretto di caschemire è un berretto, punto. E una persona, nella vita, quanti berretti o zuccotti, o cappelli come vi pare, può voler accumulare? Ecco, perchè c’è un’altra mia amica che - fosse per lei - comprerebbe zuccotti a ripetizione. E il bello è che (fortunatamente per lei) nemmeno li usa!
 
Vi ricordate quel programma...Fantastico, forse, cmq un varietà del sabato sera che trasmettevano quando ero piccola. Ecco, a un certo punto, per un periodo, premiarono dei telespettatori che non so a che concorso avevano partecipato con la Standa. I vincitori, in pratica, avevano qualcosa come 10 minuti per entrare nel grande magazzino vuoto e riempire di merce quanti più carrelli possibile facendosi aiutare da un familiare. Tutto quello che arrivava con il carrello alla cassa, glielo regalavano. E mi ricordo queste scene deliranti per le corsie della Standa, con il parente che buttava roba nel carrello: interi stand di vestiti (tutti uguali, taglie diverse) prosciutti, tappeti, padelle...tutto il trasportabile! E poi la fila dei carrelli lanciati a velocità disperata verso il registratore di cassa. 
La cassiera batteva il totale, sorridente, orgogliosa e poi lo dichiarava: “Il signor Pinco Pallo si porta a casa unmilionecinquecentomila di spesa gratis!” E i vincitori, lì, esausti, soddisfatti che un po’ non ci potevano credere, un po’ rosicavano per lo stock di calze a compressione graduata che non erano proprio riusciti ad arraffare.

Non lo so, forse quei sabato sera in famiglia a guardare la tv hanno un po’ traumatizzato il kaiseki, tanto che tuttora - a volte - quando acquista un capo è tentata di dire alla commessa “me ne dia due...anzi tre!”. O forse è una mania che, chi più chi meno, coltiva nel profondo. Quelle psicosi da tempo di guerra mancato, un po’ come le scorte in cucina o le offerte al supermercato: c’è chi ne ignora l’esistenza e chi, come me, è capace di comprare 12 barattoli di ceci cotti al vapore, se sono in offerta speciale.  
E poi li nasconde in fondo in fondo alla dispensa per tirarli fuori nelle notti di luna piena...aùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùù!



PS Ovviamente, il titolo è una citazione: la canzone dei Beatles Don't ever change...enjoy!
 

lunedì 28 gennaio 2013

La negazione dell'organizzazione aziendale: Ryanair, un caso di studio

Lo so che il primo post dell’anno nuovo dovrebbe essere gioioso e benaugurale e so pure che sono 3 mesi che non scrivo e ci sono almeno una decina di argomenti sui quali potrei aggiornarvi (i viaggi, le evoluzioni yoga, il gatto vero che è arrivato...miao!) ma ora mi devo proprio sfogare e quindi non posso risparmiarmi una requisitoria contro la compagnia aerea più demmerda dell’universo. L’Alitalia? No, la Ryanair.

Ebbene, sì: anche il kaiseki c’è cascato. Non perchè fosse la prima volta che viaggiava con la Ryanair, ma perchè per la prima vota ha fatto i conti con la sua inesistente struttura organizzativa, un carrozzone di incompetenti, un sistema di procedure degne del più inveterato truffatore, appositamente pensato perchè il povero cristo che ce casca non ne esca vivo...
Ma andiamo con ordine: è successo che al Kaiseki hanno cancellato un volo.

Lo scorso venerdì 18-01 il Kaiseki, Mr P. e lo Shogun si sono imbarcati su un aereo per Londra, con la ferma intenzione di immergersi in un fine settimana di shopping saldereccio, accompagnato da un paio di sostanziose english breakfast. Portate anche quella povera creatura, con questo freddo?! Sì, mamma, portiamo anche la povera creatura che dici tu e che in realtà è un piccione viaggiatore che nemmeno Phileas Fogg e che - sia detto per inciso - si è divertito come un pazzo durante tutto il viaggio...incluso il suo allucinogeno finale.
Le previsioni meteo non promettevano niente di buono ma noi, per dirla alla giapponese, ci siamo voluti tirare una botta di culo (appunto) e siamo partiti nonostante i -9 gradi annunciati. Tra l'altro, quando siamo atterrati a Stansted, con 10 minuti di anticipo sull’orario stabilito ci siamo pure scambiati un ingenuo, esultante sguardo "hai visto?" (che tenerezza, col senno di poi...).
Questo post non è un resoconto del weekend che è stato comunque piacevole oltre che altamente spendereccio - semmai vi ammorberò in seguito con l'elenco degli acquisti - quindi mi concedo un letterario balzo in avanti e arrivo direttamente alla domenica sera. 

Saremmo dovuti rientrare a Roma con il volo delle 17.40 ma, in effetti, domenica è nevicato tutto il giorno e temevamo ritardi o peggio. Invece ci imbarcano regolarmente all’orario stabilito - e noi tutti contenti ci scambiamo la seconda occhiata "hai visto?". Sennonchè, invece di partire rimaniamo a illanguidire sull’aereo fermo per...tenetevi forte, 4 ore.
4 ore, capite? 4 ore sui sedily della Ryan sono tante...
Comunque, avevano scuse plausibili: all'inizio sembrava che fossimo in coda a 7 aerei che dovevano decollare prima, poi pareva dovessero sbrinare il ghiaccio dalle ali, poi è saltato fuori che la macchina per togliere il ghiaccio si era rotta e ne avevano una sola per rimuovere il ghiaccio da tutti gli aerei in coda e poi e poi...una chippenvald: quando abbiamo visto quelli del volo a fianco che scendevano, abbiamo capito che i giochi erano finiti. 

4 ore, e di tanto in tanto ci ricordavano che se per caso avessimo avuto bisogno di acqua o altri refreshments gli assistenti di volo sarebbero stati felici di aiutarci. A pagamento ovviamente. Quando gli abbiamo fatto notare che tenerci sequestrati senza cibo nè acqua suonava lievemente criminale, il capitano (lui medesimo si è voluto pronunciare) ha ritenuto di diffondere un messaggio, ad interfono unificati, dicendo che i generi di prima necessità non si potevano dare via gratis. Politica aziendale.
Insomma, poco prima delle 22.00 ci fanno sbarcare. Io vado a recuperare il bagaglio malauguratamente imbarcato (a pagamento) e Mr. P. e lo Shogun vanno a cercare di capire quale fosse il recovery plan immaginato dalla compagnia o dall’aeroporto. In giapponese: di che morte dovessimo morire.
Risposta (in merito al recovery plan): nessuno. 
Tradotto per un blog giapponese: seppuku (o harakiri, per i più tera tera).


Insomma,alle dieci di sera, con 2 trolley, una valigia, un passeggino, un bimbo di 3 anni, senza biglietto di rientro, senza prenotazioni, senza macchina, senza internet (ebbene, a stansted non funziona il wifi) l’unica informazione che la signora all’information desk dell’aeroporto ci ha fornito è stata che, essendo gli alberghi pieni, conveniva andare direttamente alle reception anzichè telefonare, tanto ai telefoni non rispondevano più.
Vi giuro, momenti di cupa disperazione come quelli vissuti domenica fanno riflettere su tante cose. So che, in fondo, quello che ci aveva portato a Londra era un motivo frivolo, qualcosa di molto lontano dalla necessità...addirittura un lusso! Eppure mi sono sentita sperduta e imbrogliata e abbandonata in un modo che mi ha veramente abbattuto. E se fossi stata sola con lo Shogun? E se non avessimo avuto una carta di credito? E se non fossimo stati in condizione di decidere di spendere x centinaia di euro in più senza la certezza che qualcuno ce li rendesse? 
Mr P. è andato a piedi in un grosso hotel di fianco all’aeroporto e si è messo in fila con altre 200 persone mentre dall’Italia cercavamo di farci prenotare una stanza su booking. Io e il micio, nella hall di Stansted, digiuni, vestiti come Armaduk, siamo rimasti a fare la guardia ai bagagli. Poco prima di mezzanotte ci danno una stanza (miracolo e canti angelici ma l'abbiamo pagata due volte perchè si sono presi le carte di credito di entrambi e ce l'hanno addebitata due volte...siamo in contenzioso) ceniamo, distrutti, nel bar dell’hotel (perchè, nel frattempo, il ristorante l’avevano chiuso), laviamo e mettiamo a nanna il micio e cerchiamo di capire quando, come e se saremmo riusciti a tornare a casa.
La Ryanair, nel frattempo, ci aveva mandato una mail con la comunicazion che - in effetti - ci avevano cancellato il volo e con 2 opzioni: chiedere il rimborso (no grazie) o riprenotare il primo volo utile (sì grazie). Purtroppo però, questa accidenti di prenotazione non si riusciva a fare online perchè disgraziatamente il sito della compagnia aerea più paracula del millennio si impallava all’ultimo passaggio. Adesso non vi sto a raccontare le acrobazie che abbiamo cercato di inventarci per risolvere la questione, prima di sprofondare nell’oblio del sonno (dal tentativo di ricomprare il biglietto, che improvvisamente costava 234 pound a testa! a quello di farci fare il cambio dall’Italia, a quello di contattare l’assurdamente costoso call center per l'assistenza speciale...). 
Alla fine niente e la mattina dopo alle 6.30 Mr P. si è rivestito ed è tornato all’aeroporto dove si è rimesso in fila con un milione di persone nella nostra situazione al desk Ryanair. Alle 9.30 mi chiama: i voli per Roma sono tutti pieni ma alle 13.30 c’è un volo per Perugia. Chiudiamo di corsa le valigie, paghiamo l’hotel (159 pound...x2!) e ci precipitiamo all’aeroporto dove avremmo dovuto stampare le carte d’imbarco alle colonnine automatiche. Errore: “non è ancora possibile stampare la carta d’imbarco, si prega di rivolgersi al personale per assistenza”. 
Ve lo posso di'? Mi sarei stupita del contrario. E poi...assistenza, che termine inappropriato da applicare all'odissea che stavamo vivendo...
Comunque, ci mettiamo in fila ai desk per il check in e vi lascio immaginare la marea di persone che avevamo davanti...Alla fine prendiamo il volo (miracolosamente richiamati in una fila per quei disgraziati che il volo lo stava perdendo), arriviamo a Perugia e da lì con una macchina fino a Ciampino per recuperare la nostra di macchina che nel frattempo sostava nel parcheggio a pagamento.

Tutto è bene quel che finisce bene? Non lo so, valutate voi, perchè io sto assistendo ad una tale, nutrita, serie di trucchetti, magagne e buchi nel sistema espressamente predisposti per sabotare il consumatore che sono sconvolta.
Alla modica cifra di 18 euro a testa, avevo stipulato 3 assicurazioni di viaggio. Ora, per inoltrare all’assicurazione la richiesta di rimborso c’è bisogno di un documento della compagnia aerea che attesti l’effettiva cancellazione del volo. In teoria questo documento lo avevano allegato alla mail con cui mi comunicavano che avrei dovuto rifare la prenotazione, in pratica il file risulta danneggiato e non si apre. Contatto il famoso call center a pagamento dove mi dicono che l’unico modo che ho è mandare un fax agli uffici centrali della Ryanair a Dublino. Il problema - uno dei molti problemi - è che io ho 31 giorni per inoltrare la richiesta di rimborso all’assicurazione e il numero di fax non risponde. Richiamo il call center a pagamento e, a pagamento, mi costringono per l’ennesima volta a rispondere alle domande di sicurezza (nome, indirizzo, indirizzo mail, codice di prenotazione...) per poi dirmi che il numero di fax è quello e che se ho problemi devo mandare la richiesta per posta ordinaria. Ma, scusi, ho 3 settimane per inoltrare la richiesta all’assicurazione, mi pare assurdo.
Risposta? Signora Kaiseki si calmi la procedura è questa e...attacca. Cioè, attacca capite? Nelu da Brasov o da dove cavolo rispondono 'sti call center, mi attacca in faccia!

Io, ora, ammetto di essere un filo sconvolta e infuriata. Ammetto pure che dopo mesi di silenzio questo post fiume magari non è quello che vi aspettavate. Quindi vi chiedo scusa e vi lascio con niente altro dell’invito a prendere atto della folle situazione di truffa legalizzata sia questa. Io ho viaggiato spesso con la Ryanair ma mi rendo conto di una cosa: di fronte ad una qualsiasi contingenza, il malcapitato passeggero è abbandonato a sè stesso e non c’è niente e nessuno a cui chiedere aiuto. Allora, se posso dare un consiglio, l’assicurazione tanto vale risparmiarsela: sono soldi buttati.

Very soon le foto di Sir Piumino dalle zampe bianche... 


"Quando partii per Londra, cominciava a farsi notte, mi rincantucciai nel vagone e mi misi ad assaporare quel grande pensiero che di là a poche ore sarei stato a Londra.—Londra!—Mi ripetevo questo nome, me lo facevo sonare nella mente con compiacenza, come si fa sonare sul tavolo una moneta d’oro.—Londra!—Provavo non so che gusto a dire a me stesso, come se non l’avessi saputo prima, che era una città spropositata, un mare magno, una babilonia, un caos, una cosa favolosa.—È la più grande città della terra! pensavo,—e in questo v’è qualcosa di assoluto, che in nessun’altra città si ritrova, perchè, se ve n’ha delle altre più belle, di quale si può dire:—È la più bella?
È un piacere nuovo quello di veder qualche cosa che, in un certo senso, occupi incontrastabilmente il supremo grado nel mondo; qualche cosa di là da cui non si può spingere il pensiero senza entrar nel regno dei sogni; qualche cosa dinanzi a cui potete dire:—Nessun uomo ha visto mai nulla di più grande!"
E. De Amicis, Ricordi di Londra

martedì 27 novembre 2012

Alti e bassi

Che Paese assurdo siamo. Per un mucchio di motivi e di certo questo non è il più serio però questa cosa la trovo emblematica: la discriminazione sull’altezza.
Vi riepilogo i fatti salienti: domenica mattina, sole, avevamo deciso di lasciare il gatto coi nonni per andare a farci una giocata nel verde ma il gatto in questione ha sfoderato le armi da gatto che gli sono proprie (occhio languido e voce suadente) e non ce la siamo sentita di lasciarlo. Conclusione: andiamo tutti al Bioparco.
Tutti sono: Kaiseki, Mr.P, Nonno, Nonna e Shogun. Arriviamo a Villa Borghese e prendiamo il ticket per la fila alle casse (aperte 2 su 7, 85 numeri prima di noi, tempo di attesa: mezz’ora, prezzo pagato per 4 biglietti interi 52 euro). Allora, al bioparco la determinazione della tariffa si basa sull’altezza, anziché sull’età: sotto il metro entri gratis, sopra il metro paghi.
Cioè a dire che se sei un bambino piccolo ma alto sei fregato. Il gatto è alto (non per merito del kaiseki) ma è pur sempre un bimbo di 3 anni e mezzo, con le stessissime esigenze/velleità di un bimbo di 3 anni e mezzo con 5 cm di meno. Orbene, mi voglio autodenunciare: è vero, il gatto supera il metro, sarà almeno 102-103 cm.
Forse pure 104!
Eppure io domenica il quinto biglietto non l’ho fatto.

Quindi siamo arrivati all’ingresso e l’addetta allo strappo del biglietto ci sorride. Poi guarda lo shogun. Poi guarda me e fa con aria fintamente simpatica “Ma questo bambino è alto meno di un metroooo?”, al che io con gli occhi fissi nei suoi e senza una piega rispondo “Sì!” (forse con un tono appena un po’ isterico).
Allora lei strappa i nostri biglietti e fa per lasciarci passare, poi ci ripensa. “Possiamo misurarlo?” “Certo!” e il micio si accomoda accanto al metro di legno anti-bambini-scrocconi.
C’è stato un momento in cui il mondo intorno si è congelato, un momento in cui il kaiseki ha spinto al massimo il carisma nel suo sguardo assassino e la bigliettaia ha combattuto una lotta silenziosa tra la consapevolezza di ciò che è folle e di ciò che è regola. Poi, tutto ha ripreso a girare. Lei ha abbassato lo sguardo e ha detto “Va bene, passate” e noi siamo entrati.

Siamo entrati in un Bioparco triste, trascurato, deprimente (vabbè, uno zoo è uno zoo) però, proprio, si vede che l’impegno è ridotto al minimo (ah, se tutti i bambini più alti di un metro pagassero...allora sì che sarebbe un posto curato!). Cmq non voglio entrare nel merito della visita perché oggi volevo raccontare l’esperienza ingresso però davvero mi sono interrogata sul senso sfocato di questa regola. Girovagando per Austria e Germania ho notato come, dai due adulti in su, abbiano questa bella tendenza a sfoderare il biglietto famiglia che, generalmente, include 2 pargoli. Che non è tanto una mossa antieconomica, perchè io mi chiedo: se 4 adulti + 1 marmocchio = 52 euro per il Bioparco, secondo voi 4 adulti - 1 marmocchio = quanti euro? Che dite, la avranno la licenza elementare i responsabili vendite della Fondazione Bioparco o hanno solo la laurea in economia?

E per concludere - oggi sono in vena di polemiche - vorrei tirare in ballo un (altro) argomento disgustoso (ma questo sul serio): le deiezioni canine.
Che novità! - penserete - però, lo stesso, voglio declinare questo tema altamente lurido per la città di Roma: uno sfacelo.
Ieri sera, mentre io e lo Shogun tornavamo dal supermercato carichi (cioè, io carica) di buste+ borsa+zainetto DRAGHIFORME, quasi sotto casa...zac: lui mette il piede sopra una cacca! Eccheccaxxx!!!!! (ululo tra me e me) ma dalla bocca mi esce solo un “Noooooooo! Mannaggia, amore! Struscia il piede per terra...”.
Ma capirai, hai voglia a strusciare: avete presente i chiodini sotto le adidas? Ecco, appunto.

Chi non ha figli, non può capire, credo. Ci ho riflettuto nei 25 minuti durante i quali ho cercato di pulire ‘sta merda con uno spazzolino da denti, un bicchiere d’acqua, una bottiglia di Lysoform, un giornale e due sacchetti di plastica al posto dei guanti. Cioè pensateci (ma anche no, lo capisco se è “no!”): chi non ha un lavabo sul terrazzo/balcone, come le pulisce le scarpe, se ha calpestato uno schifo di bisogno di cane?!
Vi dico solo che, alla fine, ero talmente disgustata che ho piazzato il gatto davanti agli zonzoli e mi sono buttata sotto la doccia con una bottiglia di disinfettante; i vestiti che avevo addosso li ho mandati in tintoria.
Esagero? Non credo. Ma voi lo sapete quanta sporcizia di questo genere c’è per strada a Roma? Sui marciapiedi, una profusione, nei parchi e nelle ville nemmeno ve lo racconto...anche se la peggiore di tutte (e l’ho dovuta fotografare: tranquilli, qui non la metto, voglio mandarla ad Alemanno con gli auguri di Natale) è stata una cacca sulla pedana dello scivolo di un micro parco giochi di un quartiere residenziale, accanto al capolinea di un autobus.
Cioè, sopra lo scivolo, capite?! In cima alla scala dello scivolo...la deiezione del cane volante!

E ora che ho denunciato questi due incresciosi episodi, vi chiedo: qualcuno di voi ancora pensa che vivere a Roma sia un’opportunità?
Ora lo capite - sì?! - perchè il Kaiseki a casa pretende che, varcando la soglia, tutti si tolgano le scarpe?

Scusate, ora devo proprio prendere il Valium...

venerdì 23 novembre 2012

The duchess of Kircaldy always smiling and arriving late for tea...

Non sprecherò righe preziose a giustificarmi per i mesi di vuoto pneumatico, voglio arrivare a bomba all’argomento di oggi: il Kaiseky, a un anno dalla lezione di prova minuziosamente descritta in un post, si è iscritto ad un corso di yoga. Si è iscritto e ha pagato, quindi è definitivo.
Shanti.
In realtà, ormai è quasi una cosa vecchia: pratico già da 2 mesi. Quasi. Una volta a settimana: la versione ufficiale è che a casa non posso esercitarmi perchè non ho ancora l’attrezzatura adatta (tappetino, mattoni, cuscino, cintura...) ma non appena riceverò il sostanzioso ordine da Yoga Shop Milano (perchè a quanto pare a Roma non ci sono negozi che vendano supporti per lo yoga) allora sì: vedrete che guerriero della luce divento!
La lezione si articola in un’ora di esercizi e mezz’ora di rilassamento.
Io confesso che il rilassamento alle nove di sera, con il gatto ancora sveglio e vigoroso che salta sul letto con il padre, la cena ancora da preparare e la doccia (coi capelli) ancora da fare, ecco, non me lo godo fino in fondo. Eppure, c’è gente accanto a me che si abbiocca all’istante. Cioè, tipo che il maestro non fa in tempo a dire “Ora portate la vostra attenzione all’alluce del piede sinistr...” e parte la prima russata. Al confine (ma anche oltre) con l’imbarazzo, dai: tutti lì con la copertina a dormire...vabbè ma a parte questo, devo dire che procede abbastanza bene. Riesco perfino a gestire la mia irritante propensione alla risata ad minchiam. Cioè a dire che la scorsa settimana ho ascoltato un’approfondita descrizione della respirazione Kapālabhāti, altrimenti detta del “cranio luminoso”, senza fare una piega.
Certo, Mr. P. non ce lo porto, figurati. Però bello.

Un’altra cosa rilevante è che abbiamo deciso di prendere un gatto. Non un gatto normale: un Gatto sacro di Birmania (oooooooooooooooooohhhhhhhhhhhh!).
Questa risoluzione mi ha traslato nello scintillante universo delle gattare romane: un mondo parallelo, dalle dinamiche peculiari, caratterizzato da un proprio linguaggio tecnico, proprie convenzioni ed unici, felini equilibri. Il gatto, lungamente cercato e infine individuato in quel della Bufalotta, ci verrà consegnato a Natale (attualmente è ancora piccolo) e poi Dio provvede.
Ovviamente i miei (sì, lo so è una follia) non sono ancora stati informati.
So di essere una donna adulta, con una casa ed una famiglia sua ma non ho mai del tutto superato il trauma delle 2 volte che provai a prendere un micio e i miei genitori me lo fecero restituire.
La prima volta avevo 8 anni, lo presi al mare una settimana che ero rimasta con mia nonna. Ovviamente il sabato ciao-ciao-gatto (la quale bestiola però riuscì ugualmente, in 2 giorni di vicinanza, ad attaccarmi la tigna: ebbene sì, non chiedetemi come ma soprattutto, non chiedetemi cos’è!). La seconda volta avevo 21 anni malo stesso, non ci fu verso di tenerlo.

(Pensiero laterale: questa cosa della tigna me l’ero dimenticata...no perchè non fu una cosa allegra mandarla via...vabbè, adesso pensiamo al bello del micio Momiji-Piumino)

Altro argomento: una volta tanto, qualcosa di giapponese. Ultimamente mi è venuta questa voglia di cucinare cose non solo buone ma divertenti per lo shogun e ho scoperto il kiara ben* che sarebbe un bento decorato, dentro cui il cibo viene plasmato per assumere forme graziose di animaletti o personaggi dei cartoni. Per chi fosse interessanto all’etimologia della parola, sappia che kyara ben è la forma contratta della parola kyarakutaa (personaggio) bentou. Cmq, ho fatto un giretto su internet e ho trovato un sacco di siti che insegnano a prepararne e - accanto a proposte proibitive che richiedono l’ausilio di strumentazioni degne della NASA - ci sono anche cose fattibili.
Vi metto qualche link, se vi va, provate e mandatemi le foto: appena mi esce un bento decoroso, pubblicherò anch’io i miei risultati.

Per ora basta, ascoltate la canzone del titolo, mi raccomando!

Links:
1
2
3

* grazie al blog Dal Giappone!

venerdì 27 luglio 2012

Jonathan Livingston si è trasferito sul Lungotevere

L’argomento di oggi sono i rumori della città.
Sembra il titolo di un tema delle medie ma non saprei come altro introdurli. Un po’ come quando dico a mia madre che non voglio che lo Shogun mangi i pop-corn (e vi assicuro che sono forte di una serie di motivazioni altamente logiche, non professo alcun fanatismo alimentare) e lei mi chiede “Ma perché hai sempre questo tono da maestrina?!”. Al che io mi scuso ma le rispondo che non so come altro dirglielo - appunto. Uno dei grandi problemi della politically correct society è che, laddove i contorni dell’autorità appaiono sfumati e indefinibili (tipo nel contest genitori/nonni che, non ci raccontiamo storie, in Italia soprattutto evidenzia confini - direi - ineffabili) se uno dà un input (input è il termine accettabile ma poco incisivo, per capirci fino in fondo, bisognerebbe dire direttiva, istruzione, comanda...) l’interlocutore, tendenzialmente, si risente. 
E se proprio non si risente, comunque si stranisce. 

Il fatto è che non c’è un modo più soft di dire “Guarda, il gatto i pop-corn non li deve mangiare”. O almeno credo: non lo so, sono aperta ai consigli. Cmq, sto andando fuori tema, l’argomento di oggi sono i decibel di Roma. Ridefiniamo quindi il campo escludendo il suono dei ruscelli scroscianti, della musica nell’aria, del grido delle aquile ed includendo una serie di sonorità meno, diciamo così, new age.

Volendo essere brutali, buttiamoci sul punto elenco e diciamo che oggi si parla dei seguenti rumori ricorrenti:

  1. Le sirene delle auto blu: perché Roma - manco Itaca - è la città delle sirene. Forse ci batte Napoli dove anni fa un’amica mi disse che nei quartieri spagnoli le vendevano per piazzarle sul tettino e passare nella corsia preferenziale. Ma non frequento molto Napoli quindi non ci giurerei. A Roma, ve lo posso assicurare, si incontrano quotidianamente una profusione di auto che procedono a sirena: spiegata o singhiozzante, scegliete voi. Sono ovviamente escluse dalla mia requisitoria le sirene dei mezzi sanitari: mi riferisco solo alle sirene delle auto. Politici, diplomatici, imprenditori, riccastri di varia natura o personalità, insomma, chiunque disponga di un’auto coi vetri oscurati, una sirena sul tettino e - ma non è preclusivo - di una scorta più o meno numerosa: quelli. Per costoro non esistono i semafori, non esistono gli incroci, per costoro, può capitare che non esistano i sensi di marcia. Non esistono i limiti di velocità, non esistono le strisce pedonali e, a volte, non esistono nemmeno le altre auto/motorini. Belli tronfi e di frettissima o arrivano con la sirena a cannone, tipo Sandra Bullock in Speed, o accendono la sirena solo quando devono passare col giallo/rosso, quando devono ignorare la precedenza, devono parcheggiare un po’ come gli pare (in quel caso la sirena è spenta ma sta cmq lì ad emanare il suo alone di intangibilità).

  1. Il camion della spazzatura alle 5 di mattina: perché il Kaiseki abita in un palazzo che fa angolo tra due strade e in entrambe le strade ci sono 4 cassonetti dell’immondizia. 4+4=8 e - non per scendere in particolarismi inutili ma solo per farvi capire - entrambe le vie sono sensi unici, il che implica che i cassonetti NON SOLO non vengano svuotati nello stesso momento (perché le varie raccolte si effettuano con vari automezzi) ma non vengano svuotati NEMMENO durante lo stesso turno. Cioè il camion che raccoglie l’umido nella via x, non è lo stesso che lo raccoglie nella via y, no: si tratta di 2 camion che passano ad intervalli di - non lo so - diciamo mezz’ora? (all'alba la percezione del tempo è sfocata come i confini delle autorità parentali). Questo per dire che fanno un gran casino, all’alba. E voi sbotterete “meglio che la spazzatura la raccolgano, no?! ti stai sempre a lamentare!”. Certo che è meglio! Ma io con questo blog risparmio centinaia di euro di psicologo, quindi me sfogo quanto mi pare!
 
  1. I clacson (ma questa è facile, vado rapida): a Roma, se non suoni il clacson sei uno stronzo e uno sfigato (perdonate i francesismi). O per lo meno, io in più di 30 anni, l’ho capita così. Ora, la storia del clacson suonato un po’ ad minchiam, finché non ti trovi a portare a spasso un pupo con le coliche che dorme in carrozzina, è una cosa che i romani non li disturba nemmeno troppo. Diciamo che, avendo i clacson nelle orecchie fin dalla più tenera età, abbiamo imparato ad ignorarli (un po’ come una mia amica che ha da anni un fischio nell’orecchio - che si chiama acufene, ve lo scrivo così poi non dite che questo blog non è istruttivo - e ora, se non si concentra, non lo sente neanche). C’è pure da dire che a Roma ci sono un milione di motivi per suonare - perchè i dementi li bocciano a tutti gli esami tranne che a quello per la patente - però veramente io penso che...boh, forse a Shanghai c’era più casino per strada ma c'è da considerare che in Cina, per guidare, non serve la patente.   

  1. Le grida dei gabbiani*: d’accordo, questo potrebbe essere classificato come suono ameno. Se qualcuno di voi vedeva Hello Spank, ricorda che a fine puntata Aika si ritrovava sempre, fronte oceano, a pensare a Rei e al padre...insomma una cosa romantica. E infatti, queste grida sono piacevoli. Il punto è che a Roma non c’è il mare, però di gabbiani è pieno. Ma pieno pieno e, negli ultimi anni sono pure aumentati.
Quindi l’altra sera cenavamo in terrazzo ed era un tripudio di “Aaaaah-aaaaaah!” e voli radenti tanto che lo Shogun - che è in piena traversata della fase “e perché?” - ha cominciato:
“E perché questi uccelli volano?”
“Perché rientra nei loro obblighi contrattuali” (non scherzo, ormai siamo in gara: la risposta deve superare l’assurdità della domanda. Sennò è da lexotan!)
“E perché i piccioni fanno questo rumore che urlano?”
“Perché non sono piccioni, sono gabbiani”
“E perché volano proprio qui?”
“Perché abitiamo al mare, sei contento di abitare al mare?”
Lui mi guarda, ci pensa e fa.
“Dopo cena voglio andare a Ital Canada (stabilimento balneare sul litorale pontino dotato di giochi per bambini - nda).”

Discorso chiuso, non fa una piega.


*apro una brevissima parentesi su Yahoo answers, che ho consultato per sincerarmi che i gabbiani in effetti gridassero, e a cui voglio dedicare un post in futuro per l’enorme mole di domande sbalorditive che le persone, ed io stessa, sottopongono alla rete...vabbè, prossimamente.

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