A belly full of wine - Romanzo

martedì 29 maggio 2012

And after all I'm only sleeping...

Pigrizia, pigrizia...sì, quella del Kaiseki che c'ha messo più di due mesi per scrivere di nuovo. L'occasione? Il virus, ovviamente, lo stesso che ha imperversato anche quest'anno durante la vacanza di metà semestre. Vi ricordate l'otite ti Fuerteventura? Ebbene, anche quest'anno la nostra trasferta montanara è stata benedetta dalla febbre, solo che a 'sto giro è toccata a me: un mal di gola che non vi descrivo con annesso febbrone di quelli che ti allettano per giorni, il naso impietosamente tappato in barba alle tiroler pfandl e il kaiseki che ha fatto? E che doveva fa'? S'è fatta coraggio, s'è imbottita di blandi medicinali austroungarici (terra aurea in cui il tantum verde lo spacciano come più potente del morfina) e si è comprata un dirndl di consolazione che ci sta sempre bene. Cos'è un dirndl? Questo, ovvero l'abito tradizionale tirol/bavarese. Per capirci, quello delle cameriere dell'Hofbräeuhaus. Molto chic e incredibilmente versatile. Appena il clima lo consente, posso usarlo per una cena in terrazza o per una serata all'Opera. Ma considerato che all'Opera il Kaiseki non va da un po', meglio che inizi a fare scorta di würstel...
D'altronde il Kaiseki è così, dal Giappone torna con obi e yukata, dal Marocco col kaftano di perline e dalle Alpi torna vestita da Heidi.

Per il resto, Dio che strazio! Che strazio questo clima, che strazio questa crisi, che strazio tutto.
Che strazio il Paese del fregamepiano (come diceva quella buonanima di mio nonno), che strazio la sensazione, costante e subdola, che se abbassi la guardia sei fritto. Individui una vetrina con un cartello che promuove una superofferta? Entri coi brividi perchè già fiuti la sòla. Ti chiama qualche operatore telefonico per spiegarti come vorrebbe farti diventare ricco o - per lo meno - regalarti uno smartphone senza farti pagare il canone? Ti viene la sudarella perchè già immagini che dopo che avrai aderito tutti i tuoi dubbi più angosciosi saranno dirottati verso un qualche call center disperso sugli Urali dove la tua interfaccia diventerà una ex contadina del Soviet che non ha ancora capito bene cosa sia la cuffia che le hanno messo in testa ma continua a ripeterti di chiamarsi Svyatoslava e a chiederti "in quosa poso ésérle utìle?".
Tovarish? - aggiungo io.


Che strazio Sky.
Ebbene sì, ce so' ricascata. Nonostante nel mio post illuminato sui balli di gruppo avessi dichiarato di aver abbandonato la grande famiglia di Murdoch, Mister P. (in concorso di colpa col Kaiseki) c'è ricascato. Però vi spiego la dinamica perchè questa è la summa del concetto di fregamepiano poc'anzi richiamato .
Disdiciamo l'abbonamento con tutti i crismi: raccomandate, controraccomandate, per un paio di settimane non rispondiamo nemmeno alle accorate telefonate di operatori telefonici (stavolta, guarda caso, laureati alla Normale) che non riuscivano a capacitarsi di come avessimo potuto rinunciare - d'emblée - al Re delle Torte e alla serie completa di Megastrutture in Acciaio. Dopo un mese circa però, arriva una telefonata, cui rispondo io, e nel corso della quale la persona più gentile e comprensiva della terra mi spiega che abbiamo ragione noi, che abbiamo quasi fatto bene a disdire l'abbonamento ma che loro vorrebbero comunque proporci...esattamente quello che avevamo prima. Solo che stavolta anzichè pagarlo 39 euro al mese lo pagheremmo 9. Per un anno. Con il decoder fichissimo che registra.
Ora io vi chiedo, voi che avreste fatto?
E infatti, avreste ceduto, in barba al principio. E così abbiamo fatto pure noi.
Solo che la coscienza ti impone di chiedere "ma...com'è? sa, prima di disdire abbiamo provato a contattare alcuni suoi colleghi per rinegoziare l'abbonamento...c'hanno detto che non si poteva fare niente...".
Miss Politically correct non ha fatto una piega nel rispondere "Sì, lo so. Questo è un tipo di offerta che Sky riserva ai suoi clienti cessati".

E noi, molto pragmaticamente, ci siamo dati una grattata e abbiamo fatto il bonifico per pagare un'anno anticipato.
Fregamepiano.

mercoledì 23 maggio 2012

Born to be wild!

Un ritmo tribale fa da sottofondo alla scena grandemente decorata. Piume, cartapesta, palloncini, festoni. Qua spunta il becco di Papageno, là c’è la coda di un drago, Tamino è vestito d’azzurro e la Regina della Notte è incoronata di stelle. Nella sala, con le tende ancora serrate, è spuntato uno enorme teatro arancione e sulla tavola imbandita troneggiano piatti di biscotti a forma di luna, di spada, piccole corone di pasta frolla, meringhe azzurre e verdine, panini al cioccolato. Riccioli di burro decorano muffin panciuti e bon bon con granelli di zucchero spuntano da vasetti colorati. 
C’è una torta e sopra la torta un piccolo palcoscenico dal sipario rosso, farfalle delicate si posano sulla scena, Pamina si nasconde dietro un cespuglio fiorito e Monostato la insegue mentre Sarastro controlla tutto, severo. 

E poi ci sono 3 candeline dalla fiamma colorata, una blu, una verde e una arancione perchè quello che viene celebrato oggi è un evento che si festeggia da un’intera settimana (con tonnellate di candeline soffiate), è il compleanno dello Shōgun e gli ospiti che si guardano intorno sono appena entrati sulla scena dello Zauberflőte Party.

Miei cari tutti, sono più di due mesi che non scrivo una riga ma non posso lasciar passare maggio senza raccontare quanto è stato bello festeggiare tutti insieme. Anche il tempo è stato clemente, regalandoci una giornata di sole e un terrazzo fiorito in una settimana praticamente autunnale. 

Come dite? Cosa c’entra il ritmo tribale che accompagna l’apertura del sipario? Certo, in effetti le note soavi di un flauto sarebbero state di molto più appropriate...peccato che lo Shōgun sia un rokkettaro convinto e che per il suo compleanno abbia voluto una batteria. Non di pentole, una batteria di tamburi, per suonare del buon rock and roll in barba al buon senso superiore e al vicino rompiballe. Da noi si suona Il Flauto Magico...Opera Rock!

 
PS Una menzione particolare voglio tributarla all’autrice delle decorazioni che stavolta si è superata e che potete trovare qui e qui: una vera garanzia di scelte creative e gentilezza.


venerdì 16 marzo 2012

Across the Universe...


Ah che meraviglia, la primavera è nell’aria e il Kaiseki celebra un anno del blog. Non ho scritto moltissimi post, lo riconosco, ma 54 è un numero più che soddisfacente per una pigra inveterata come me. Con la bella stagione ho deciso, poi, di perdere questo chilo di troppo accumulato a Natale e sedimentato negli ultimi 3 mesi e praticamente sono giorni che mangio solo finocchi.
Consumo quantità industriali di finocchi e tacchino.
Mi spunteranno ciuffi di peli verdi dalle orecchie e inizierò a vestirmi di bianco. Mangio talmente tanti finocchi che la mia vicina di scrivania ormai li usa come argomento di conversazione, al posto del tempo o del traffico. Mi ha anche spiegato che esistono quelli femmine e quelli maschi, che un tipo va bene cotto e l’altro è meglio mangiarlo crudo. È stata un po’ vaga sugli elementi che distinguono i due generi, quindi mi sono andata a documentare su Internet. Quando ho digitato finocchi maschi e femmine su Google pensavo che uscisse dallo schermo un esorcista col crocefisso, invece devo dire che è stato molto edificante.
Ad ogni modo, al momento il mio uso e abuso non ha sortito nessun tipo di effetto sulla bilancia, quindi forse la mia dieta non è perfettamente coniugata (per lo meno coi risultati attesi). Cmq, finché non salta fuori che i finocchi sono in realtà un ortaggio caloricissimo sono a posto.

A parte le ombrellifere, l’altra ossessione del momento sono le vacanze. D’accordo, mancano ancora 5 mesi ad agosto ma vuoi mettere? Ora che abbiamo scavallato Febbraio, il Kaiseki è lanciatissimo nella produzione di ipotesi di vacanze nei luoghi più improbabili. Intanto sta piano piano controllando i prezzi dei biglietti delle compagnie low cost Roma/Restodelmondo: da Memmingem a Nassau, da Omaha (non molto low cost se devo dire la verità ^^) a Johannesburg,  Gibilterra. Alla fine non prenoto niente, per carità!, però attraverso un momento di frenesia viaggereccia.
Diciamo intanto che io andrei sempre a Londra, perché Londra mi piace proprio tanto. Nel quotidiano esercizio dell’accumulo di informazioni, però, contatto più o meno chi capita per chiedere materiale più o meno su qualunque posto al mondo.
Ecco, bisogna ammettere che, nei confronti delle brochure, davvero il Kaiseki non ha pregiudizi.
Riesco ad intavolare conversazioni via email con i poveri disgraziati degli uffici turistici di mezzo mondo per farmi spedire guide, brochure piantine, prezzi, mappe metereologiche…quello che hanno va bene. Qualche esempio? Sono diventata amica intima di Frau Swetlana  dell’efficientissimo Ente per il turismo austriaco che mi ha mandato praticamente tutto quello che aveva, dai cataloghi sulle fattorie didattiche agli indirizzi dei calzolai artigiani della Stiria. Veramente! Mi manca la copia della rubrica del suo cellulare ma per il resto sono chock-full. Della Baviera so tutto, della Spagna non so niente (soprattutto perché non mi interessa) ma potenzialmente ho una guida completa in fascicoli dell’España (dalle strade del vino a quelle del flamenco, con l’indirizzo di casa dei ballerini), ho dépliant sui Cotswalds direttamente dall’ufficio di Gloucester, sulle Isole del Canale inviati da Fyona dell’ufficio di Guernsey. So prezzi e coordinate bancarie del 9 Beaches Bermuda Resort (un villaggio – non un villaggio turistico, un villaggio tipo cittadina – privato che per la modica cifra di 600 dollari al giorno A PERSONA ci affitterebbe un cottage vista mare all’interno di una cottage colony lussuosissima ed esclusivissima), ho avuto in dvd la guida interattiva del Kentucky (lo capitale mondiale dei cavalli, lo sapevate?), ho ricevuto le prime, rarissime uscite del metodo pratico per imparare il giapponese Pera Pera Penguins, pubblicate sul Daily Yomiuri e gentilmente inviate dal signor Ueda. Quella sagoma del signor Ueda.
Chi è ‘sta gente?
Non lo so.
Perché lo faccio? Forse, in parte, è uno di quei disturbi ossessivo compulsivi che assillano i genitori con i figli piccoli che hanno messo in stand by le trasferte aeree. Forse però è anche che il Kaiseki, in questi posti, prima o poi ci vuole andare, quindi…intanto se li studia sui dépliant poi si vedrà!

E poi…non so, mi piace immaginare una persona, all’altro capo del mondo, che dopo aver ricevuto una mia mail, prende e impacchetta in una busta-dell’altro-capo-del-mondo, alcuni fascicoli che arriveranno fino a me. Non è proprio come scaricare materiale on-line, no? Così la globalizzazione suona più…cozy!

mercoledì 29 febbraio 2012

Made a lightning trip to Vienna, eating chocolate cake in a bag...

Il Kaiseki è una di quelle persone che è cresciuta portandosi a scuola, per merenda, spuntini salutisti al limite della turba psicologica, oserei dire mortificanti - mamma, non prendertela. Il kaiseki delle elementari alle 10.30, quando tutti i bambini scartocciavano pizze untuose, panini con la cioccolata, tramezzini al salame, tirava fuori dalla cartella un vasetto di yogurt o un kiwi diviso a metà (da scavare col cucchiaino), tocchetti di anguria in contenitore Tupperware e, nei giorni di anarchia, una Camilla  o una ciambella mr Day. Ve le ricordate le ciambelle mr Day? Quelle asciutte asciutte, senza nemmeno lo zucchero a velo. Quelle che se le inzuppavi nel latte prosiugavano la tazza tanto erano porose, che in Amazzonia le usavano come deumidificatori. Ecco, quelle. A casa mia non girava la nutella nemmeno a Natale, le uova di Pasqua, una volta aperte, venivano regalate alle nonne (che le avrebbero usati per preparare dolci in realtà mai visti). A casa del Kaiseki, a colazione, si mangiava pane e marmellata o i savoiardi...o latte e Rice Krispies. Ve li ricordate i Rice Krispies? Sono stati forse l'unica tra le 300 linee di cereali Kellog's che si è estinta con gli anni 80, talmente poco erano appetibili per i bambini. Così, senza una punta di zucchero, senza cioccolato, senza miele...sembravano più crostini da insalata che crocchini da colazione. Comunque, l'unica concessione all'ascetismo del nostro percorso alimentare era un cucchiaino di Sprint da aggiungere al latte. Il Nesquick no, che la Nestlè produceva porcate su vasta scala, lo Sprint sì che era della Plasmon, e la Plasmon, stando a Latina, commercializzava prodotti di molto più sani. E poi sopra c'era scritto AL CACAO MAGRO, vuoi mettere?
Perchè non parlo di queste cose al mio psicologo? Perchè il kaiseki non va dallo psicologo, scicchini, e oggi ho tirato in ballo la questione alimentare infantile per un motivo preciso.
Col senno di poi, mi rendo conto che fosse una politica per la quale, considerato tutto quello che è saltato fuori sui grassi idrogenati ^^, devo ringraziare mia madre (anche se, nonostante i suoi sforzi, il Kaiseki è rimasto bassetto e, in primavera, acquista con soddisfazione flaconi di creme anticellulite). Quello di cui proprio non mi capacito è come la stessa pesona che vent'anni fa negava ai figli le Morositas, oggi sia diventata una nonna che passa allo Shogun ovetti Kinder sottobanco. 
Scena di qualche sera fa: a casa di amici, loro con 2 bambini, uno coetaneo del gatto e divoratore professionista di porcherie a 360°. Dopo aver praticamente digiunato a cena inizia una sospetta tarantella davanti al frigorifero. Che fa? 
"Ah, vuole la cioccolata..." fa la madre e tira giù da un ripiano altissimo un cestino colmo di dolcetti. Prende una barretta Kinder e mi guarda. "Posso darne una allo Shogun?"
Io cerco di contenere la costernazione e rispondo educatamente: "No, no, grazie, lo Shogun non mangia la cioccolata. Tra l'altro non avendola mai assaggiata non sa nemmeno di cosa si tratti e preferisco mantenere saldo questo tipo di oscurantismo...". Quindi lei dà al figlio il cioccolatino e quello inizia a sbafarselo. Lo Shogun - il mio Shogun - gli va vicino, lo osserva, poi si gira e fa: "Lo voglio pure io un Kinder!".
Silenzio in aula, perchè le alternative sono due: o il gatto ha imparato a leggere oppure non è del tutto vero che la cioccolata non l'ha mai assaggiata e che non è assolutissimamente in grado di associare il bianco/arancione alla sconfinata gamma di porcate Kinder. Ovviamente ha avuto il cioccolatino, l'ha divorato in due bocconi e ne ha chiesto un altro. Io ero un po' imbarazzata ma ho nicchiato. L'altra mamma, invece, ha fatto la vaga e le sono stata grata.

Il giorno dopo, al telefono: 
Kaiseki - "Mamma, hai mica dato della cioccolata al gatto?" 
Kaisekimadre - "Coooooosa? No, assolutamente no! Ma scherzi?!"
Kaiseki - "...?"
Kaisekimadre - "Guarda, sarà stato un grammo, meno di un grammo...metà della metà di un ovetto...e poi, li compriamo solo per la sorpresa!"
Li (plurale)? Li comprIAMO (presente indicativo che sottolinea un'azione continuata e reiterata)?!

Vabbè, il Kaiseki non è una mamma nazi e nemmeno una figlia intransigente però è un po' rompicxxxxoni e, anche se si sa che i bambini mangiano la cioccolata - e ci mancherebbe - e che i nonni viziano i nipoti non può chiudere questo post senza gridare urbi et orbi che, porca miseria...LA KINDER E' UNA MARCA NESTLE'!

martedì 14 febbraio 2012

A certain softness...

A Roma nevica, o meglio, nevicherà.
O, ancora meglio, deve nevicà.
Risultato? Stamattina metropolitana strabordante, in ritardo, finora nemmeno una goccia d'acqua, il kaiseki vestito come per andare sul pack, morto di caldo, l'asilo dello Shogun naturalmente chiuso (ma tanto sono 10 giorni che il gatto sta a casa a smaltire vari malanni di stagione), ordinanza stoppa motorini in corso, un po' di patema, latte di nuovo finito al supermercato...le solite reazioni da bufera, insomma ^^.
Comunque, la neve per quanto disagevole, piace un po' a tutti. Sabato scorso, quando la città si è svegliata sotto una soffice coltre bianca, le strade intorno a casa nostra erano piene di gente. Pupazzi di neve alla fermata dell'autobus, il parco che sembrava la tundra siberiana, persone conciate come per lo struscio a Cortina, con cappelli bordati di volpe, stivali di pelo e manicotti di montone. Noi, come ensemble familiare, restituivamo un effetto leggermente meno in ma, nel complesso, ci siamo difesi. Il giorno dopo, domenica, ovviamente lo Shogun aveva la febbre ma devo dire che sabato ce la siamo goduta. Dopodichè ho passato due giorni a spignattare perchè, altra truth universally acknowledged, quando nevica si mangia pesante. Dal macellaio erano finite le spuntature, al supermercato di confezioni di polenta nemmeno l'ombra, interi scaffali di cioccolata in polvere svuotati: non so se sia dipeso più dalla psicosi dell'allerta catastrofe o dal bisogno di garantirsi una dose adeguata di calorie ma tutti gi alimenti vagamente trippa friendly erano stati depredati già alle prime luci dell'alba. Per carità, noi siamo riusciti comunque ad aboffarci impunemente, in barba al chiletto messo su a Natale e che si trova talmente bene con me che ha deciso che rimane fino ad agosto e non c'è palestra che tenga. Che poi, con la frequenza con cui il kaiseki bazzica la palestra in questione, il chiletto può serenamente fermarsi fino al prossimo Natale, che arriva il suo amico Chilino ^_^.
Vabbè, questo post è vecchio ma da quando ho scoperto le bozze per i post di blogger, sono già un paio di volte che mi tocca cestinare post iniziati e lasciati a decantare (cioè dimenticati) perchè - come dire -
un po’ frusti, quindi questo lo pubblico lo stesso. Chissà, magari qualcuno decide di intervenire per chiedermi la ricetta della polenta cotta al microonde...è pur sempre traffico sul blog!

martedì 31 gennaio 2012

The moon is right, the spirits up...we're here tonight and that's enough!

Sono fuori con l’accuso, lo so e non cercherò giustificazioni. Con tutto che a Natale sono stata in ferie una settimana e che poi, tra una cosa e un’altra e la Befana e il 2 gennaio pure di più, è da (più di) un mese che non posto niente. Ormai, anche a guardare le vetrine, potrei parlarvi di settimane bianche in saldo o spingermi a trattare qualche argomento primaverile. Però non posso chiudere l’anno amministrativo (che non so con precisione quando si chiuda ma mi piace come suona), senza dedicare uno spazietto alla prima recita natalina dello Shōgun.
Che poi definirla recita è improprio, visto che si è trattato della rappresentazione one-shot live di una canzoncina abbastanza cheap ma, la fila di anime che con un’abbondante mezz’ora di anticipo aspettava di essere ammesso nell’asilo e la ressa di genitori che, dentro, cercava di fare le riprese erano degne di una prima alla Scala (immaginando che alla Scala ti facciano indossare i copriscarpe e ti lascino riprendere l'Opera con l’i-pad). Lui è stato fantastico: il più coordinato, il più espressivo: era proprio nella parte. E anche se la recita in questione, all’ultimo minuto (per andare in controtendenza o per essere un po' stronzi, ancora devo capire) hanno deciso di anticiparla di mezz’ora e quindi al posto di Mister P. imbottigliato nel traffico (che cliché!) si è imbucata mia madre, anche se quando lo Shogun ci ha individuato tra la folla di volti stralunati ha gridato tutto contento “ciao nonna!” invece che “ciao mamma!” (mamma, capito amore? Io sono la mamma. Io!) anche se quando Mr. P. è arrivato e ha realizzato dello spostamento di orario deciso un po’ ad minchiam si è un filo risentito (considerato che si trattava della prima recita in assoluto del gatto e che l’evento era fissato alle 4 di un bel giovedì assecondando il mantra, molto amato dalla proprietaria dell'asilo: proprio in mezzo alla settimana, proprio in mezzo alla giornata). Nonostante tutto questo, devo riconoscere che è stata una grande performance del gatto e mi ha reso molto orgogliosa. E quindi meritava una citation, anche se con un mese di ritardo.
Poi, se non vi secca vorrei spendere al volo anche due parole su un argomento che, invece, considero un evergreen e che proprio qualche giorno fa è tornato con prepotenza alla ribalta del mio cervello: i balli di gruppo. Perché ci ho ripensato? Perché, avendo deciso di disdire il contratto con quella sòla che è SKY, mi ritrovavo a scorrere i canali della tv normale in cerca di un certo Rai YoYo di cui ho tanto sentito parlare (?!) senza però riuscire a collocarlo nella numerazione - oggettivamente imponderabile - del digitale terrestre. Ecco, non avevo capito quanti potessero essere i canali. Ci sono canali praticamente su tutto, avere un canale tv deve costare incredibilmente poco perché ci sono in chiaro una tale quantità di Ecchissenefrega Tv che sennò non si spiega. E' sorprendente come alle persone possa venire in mente di sintonizzarsi con un losco figuro che, in una lingua paraitalica, risponde a telefonate per improbabili canzoni a richiesta o, meglio ancora, con il ristorante Pinco Pallo (nome di fantasia) che trasmette un’intera serata di balli di gruppo. Ecco, ammettiamo pure che mi sia imbattuta in uno dei peggiori esempi di ballo di gruppo di tutta la penisola. Superato lo scioccante effetto ipnotico dei primi dieci minuti (durante i quali sono rimasta impalata pure con la bocca un po' aperta) ha preso forma nella mia mente un grande interrogativo: ma perchè? Cioè, veramente, ma chi se li è inventati i balli di gruppo e perchè una persona qualsiasi, magari anche stimata nel privato, si sottopone, sua sponte, all'aberrante stacchetto "passo, passo, passo, calcetto, battimano, salto laterale, sculettata, colpo di frusta..." in mezzo ad altre decine di simili? Forse questo non è un giudizio particolarmente correct, però...su, veramente: sepoffà?

martedì 13 dicembre 2011

I've just seen a face...

Sto meditando sulle proprietà eccitanti delle patatine fritte. Non vi fate strane idee: le abbiamo sdoganate con lo Shogun e la storia è andata più o meno così. Mangia 7 patate fritte di numero, con l’occhio brillante e svariati “mmmmm” di approvazione, dopodiché passa le ore successive come in preda a un trip allucinogeno, tra urla, schiamazzi, corse scoordinate e abbondante, copioso sudore. Sono perplessa: compro tè bianco deteinato al vapore, non gli do mai la cioccolata, dopo che un’amica ha dichiarato di aver letto che i succhi di frutta sono vasocostrittori, ho smesso pure con lo Yoga e adesso viene fuori che il gatto è patatafrittareattivo? E magari è pure colpa mia che l'ho sensibilizzato! Tremendo…

Bell’attacco di post: un incipit da vecchi tempi, alziamo un po’ il tiro (con tutto il rispetto per le patatine). Vogliamo spendere due parole sulle azioni Unicredit? So che non devo sfogare nel blog le mie ossessioni, ma il tracollo di Unicredit, in particolare, è qualcosa con cui davvero non riesco a riconciliarmi. Probabilmente perché ha coinciso con l’ingresso del Kaiseki nel dinamico mondo della borsa. L’ingresso e l'arresto direi, visto che, molto paraculescamente, ho deciso di comprarle appena prima della loro catastrofica discesa verso il maelström. E quindi sono lì, ferme, io cerco di dimenticarmele ma non ce la faccio e, che dite, proviamo a parlarne qui, tipo terapia? Magari mi passa…magari no. Come dite? Non ho studiato Economia? Certo che sì ma ce c’entra…io sono esperta di altro! Di cosa? Non voglio tirare in ballo troppi argomenti nello stesso post, ve lo spiego la prossima volta.
Come? Non ho trovato il modo di vendicarmi con chi mi ha suggerito di acquistare Unicredit? Questo potete chiederlo a Mr P.: chiedetegli in particolare dei sottilmente velenosi riferimenti  che subisce da un 3 mesi a questa parte. A metà ottobre, in un impeto di esasperazione si è anche offerto di farmi un bonifico risarcitorio. Ho rifiutato ovviamente, anche se…^^
Ad ogni modo, questo è un altro tema poco indovinato: è deprimente e inutile. Tanto Mr P. – da espertone quale si è dimostrato – l’ha detto che la borsa è ciclica. L’ampiezza dei cicli al momento non l’abbiamo approfondita ma ho deciso che preferisco non sapere.
Vorrei chiudere questa chiacchierata (di me con me stessa…a meno che qualcuno ora – OH MIO DIO! – non stia leggendo) tirando in ballo una canzone. (un'altra?!?!?! aò, il blog è mio!). Cmq, questa è bella, proprio divertente. 
Famosa? Direi di sì ma chissà, magari sorprendo qualcuno che non la conosce (vediamo chi ce casca). Vi metto il link in coda. A proposito di link, avete notato – sì! – che le ultime parole degli ultimi post erano di un colore diverso dal resto del testo? Avete capito che si trattava di link, vero? No, perché nessuno ha commentato la trovata come pazzescamente geniale quindi…mi era venuto il dubbio che l'aveste presa per un attacco momentaneo di daltonismo...


PS Vorrei spendere 2 parole sul sottile riferimento al tracollo della borsa che ho pensato di sintetizzare nell'immagine simbolica di una borsa a tracolla. Qualcuno l'aveva notato? Sì? No? Ok, taccio...

venerdì 2 dicembre 2011

Maybe I'm amazed!

È passata una settimana, sono fuori tempo massimo? Vi interessa ancora? Ok, allora vado: concerto Paul (uno di noi ^^), Bologna 26-novembre. Il Kaiseki, Mr P. e Sbero (amico storico di Mr P., beatlesiano invasato che ha urlato a squarciagola per 3 ore di concerto, dimostrando un’impressionante padronanza dei testi e una capacità polmonare notevole per un tabagista qual è). Lo Shōgun? Depositato dai nonni compiacenti alle 12.30 del sabato e recuperato alle 15.00 della domenica. Io, ammetto, non c’ero mai stata. Cioè, forse dovrei dire che non ero mai stata ad un concerto in un’arena/stadio…insomma luogo grande, capiente.
In realtà a 8 anni andai al concerto di Stevie Wonder a Roma ma Mr P. dice che non conta per vari motivi: 1) non avevo comprato i biglietti, ce li aveva regalati un cugino americano di mia madre che faceva il tecnico del suono o qualcosa di simile, 2) non conoscevo neanche una canzone, anzi avevo sentito I just called to say I love you ma non sapevo le parole, quindi non la cantai, 3) il massimo dell’interazione con gli altri fan avvenne quando mia madre, dopo aver subito per un certo tempo zaffate di sudore, fece al nostro vicino il gesto del naso (tipo “puzzi!”) per suggerirgli di andare a dimenarsi più in là.

Insomma, diciamo che il concerto di Paul McCartney è stata la mia prima, tardiva esperienza di condivisione mistica ed esaltazione da decibel e, ragazzi, è stata di una bellezza indicibile.
Partiamo dall’inizio, da quando ci siamo schiacciati dentro il pullman per arrivare a Casalecchio di Reno e, dopo aver ingurgitato tigelle gusti misti, abbiamo fatto il nostro ingresso trionfale nell’Unipol Arena. Premetto che la prima impressione mi suonava un po’ buffa: avevamo posti laterali (dettaglio insignificante, dal momento che abbiamo seguito tutto il concerto in piedi, all’uscita delle scale, con una visuale notevole), quando siamo andati ad occuparli (almeno finchè non hanno spento le luci e ci siamo dileguati come giaguari nella notte) ho stimato che la mia vicina potesse avere forse qualche anno meno di mia nonna. Qualcuno ma non molti. Stava seduta composta col marito, le calze coprenti e le scarpe ortopediche…voglio dire, curioso no? Cioè si trattava pur sempre di un concerto rock, di sera, fuori città, col freddo…voglio dire, io mia nonna non ce la vedo che si veste ed esce per andare al Palalottomatica…non la trascino nemmeno al cinema! Questo per dire che era presente un pubblico eterogeneo. La ragazza vicino a cui sono finita dopo la fuga, una napoletana molto carina, ha esordito piangendo. Cioè piangeva proprio, con le lacrime. Lo so perché, a un certo punto le ho dato anche due pacchette sulla spalla come a dire “su, su…”. Mi sembravo matta. Io, non lei. Come intuisco la provenienza partenopea? Le avrò fatto circa 30 foto col suo i-phone, alla fine sapevo pure il numero di scarpe.

Lui, Paul. Ecco, lui, in effetti, ha una certa età, eppure, ve lo dico? Verso metà del concerto, dopo che si era tolto la giacchetta da ussaro, dopo che il sudore gli aveva un po’ sciolto il fondotinta e scompigliato un po’ i capelli…con quella camicia bianca e le bretelle…aò, m’è sembrato un gran figo!
In conclusione, il concerto è stato grandioso, le canzoni emozionanti, la sua voce impeccabile (cioè, veramente, sembrava registrata!), il calore del suo popolo che cantava, Napoli in lacrime vicino a me...
Mi sono commossa. Mr P. credo di non averlo mai visto così agitato, lui che è un uomo composto.
Insomma, per Paul McCartney? Direte.
Sì signori, per Sir Paul.
Ora, io sarei più una fan di John però, però a Bologna…Onesweet dream came true today!

sabato 19 novembre 2011

People say I’m lazy, dreaming my life away...

E quindi sono un’inconcludente. Non c’è niente da fare, è la storia della mia vita: inizio qualcosa e non la finisco mai. In più di 30 anni (a questo punto preferisco non tediarvi con fastidiose, ulteriori precisazioni) ho anche elaborato la teoria secondo cui non ci sia niente di così preciso da finire o – meglio – che i presunti traguardi che sei abituato a considerare siano delle puttanate, più o meno tutti.
E che siano pure deprimenti. Cioè, è come dire, hai iniziato a studiare il piano, prima o poi, se sei abbastanza bravo, finirai. E tu pensi tiè – e magari fai pure le corna. Anche se in realtà, idealmente, entri nella fascia del finito quando inizi a saper fare una cosa abbastanza bene perché un profano possa – dico per dire – sentirti suonare un waltzerino, anche da cani,  e considerare tra sé e sé: questo sa suonare. Anche se il pensiero successivo è “anch’io ho sempre voluto imparare ma non avevo l’orecchio (o la costanza, o il tempo…)” e – zac – la malinconia. E’ che il senso di colpa ci rovina la vita. Almeno la mia. Non so voi, forse godete di una maggiore autonomia di pensiero, forse vivete per voi stessi. Forse siete degli spiriti liberi, io no. Io una mente libera non lo sono mai stata, anzi,  passo il tempo a costruirmi limiti e barriere, scuse, alibi, pregiudizi.
Comunque, per tornare al discorso dell’inconcludente, pensate che conti qualcosa? In fondo, nell’equilibrio generale delle cose, contano qualcosa le centinaia di caroselli che elaboriamo nella nostra mente senza muovere fisicamente un muscolo? Credo di no. E questo un po’ mi riconcilia con il senso di delusione che, altrimenti, non dovrebbe lasciarmi scampo. Ma sono solo momenti.
Io credo che si tratti di novembre. Insomma, novembre è un mese difficile, no? C’è questa cosa, per esempio, che mi sono accorta di non riuscire a comprendere del tutto: iniziano ad addobbare Roma come se fosse già Natale. Al 10 di novembre. Cioè, capiamoci, a me piace il Natale e sono pure d’accordo di trovare il panettone al supermercato in quelle fasce periodiche indefinite; tipo che, tra ottobre e febbraio, se ti va, sai di poter comprare il Rustego alla Sma. È proprio l’idea di trovarmi i negozi tutti addobbati di luci e ghirlande di pino silvestre la sera, quando esco dall’ufficio, che mi disturba. Insomma, che diamine: mancano 2 mesi! E fanno 25 gradi a pranzo, voglio dire, così per forza si perde la poesia. Così sembra di vivere nel Truman show: Natale è quando decidono loro. Forse è per la crisi. La gente si sforza di tenersi alto il morale con il vischio fuori stagione.
E' per forza novembre. Di solito il mese che mi pesa di più è febbraio ma anche novembre si piazza bene. Voi ce l’avete un periodo che proprio non vi va giù? Che già lo sapete che vi scoccerà? È un po’ da matti prendersela con i mesi, lo so. Ma con qualcuno te la devi prendere, no? Cioè, questa è una delle cose che mi riesce meglio: io la chiamo condividere le responsabilità.
Outlook che si blocca, il salumiere che non sa tagliare il prosciutto, mia nonna che – come il postino – suona sempre due volte, chi mi parla come in un videogioco: meno parole usa, più punti guadagna, Mister P. se mette le posate a testa in giù nella lavastoviglie, l’amica che ti invita e poi si scorda, quella che ti chiama e non ti deve dire niente, la maestra dell’asilo che fissa l’incontro alle 2 di pomeriggio, la commessa stronza, quella cretina, il vigile al semaforo la mattina che non fa mai scattare il verde, chi mi fuma davanti per strada, la collega che cammina con me e si ferma per chiacchierare con qualcuno e io non posso proseguire da sola, quello del quarto piano la cui vita sembra scandita dagli orari del nostro sistema di innaffiamento automatico, il contatto di Facebook che mi invade Skype e poi mi dice ma sei sempre connessa?!, quelli che lavorano da Feltrinelli che sono maleducati e ignoranti, le casse del supermercato che ne aprono sempre solo 2 anche se ci sono 40 persone in fila, gli elettricisti del negozio sotto che parcheggiano sempre davanti al nostro cancello, quelli che parcheggiano in doppia fila e bloccano l’autobus, l’autobus bloccato che inizia a suonare il claxon, il barista che mi fa il caffè troppo corto, quello che me lo fa troppo lungo, gli storni su lungotevere che puzza tutto di merda... E soprattutto me stessa, che passo ore utili condividendo le responsabilità con tutti i casi umani che intersecano la mia traiettoria, che mi lagno per i mesi freddi, per quelli caldi e pure per quelli tiepidi, che mi intestardisco sui dettagli e perdo la visione di insieme, che trovo le scuse migliori per sottrarmi a questo fluire, così come viene.

lunedì 7 novembre 2011

May you sta-a-a-ay forever young...

Capisci che il tempo passa da tante piccole. Il compleanno è una di queste, l’aver sonno la sera alle otto e mezza è un’altra. Ma nessun segnale sa essere esplicito come i campioni di prodotto che ti regalano in profumeria. Fino a non molto tempo fa, dopo un acquisto, mi trovavo struccanti, maschere di pulizia, anticellulite. Ora (venerdì scorso, nello specifico): gel antietà, siero antietà e super idratante stop-all’-invecchiamento. Grazie tante! È che da un lato le profumiere hanno la prerogativa di mettere in evidenza il marcio che c’è in te (il brufolo sulla punta del naso? I cuscinetti? La ruga? Il capello grasso? i che c’è, c’è direbbe una mia amica napoletana!) sbandierarlo senza ritegno a voce alta e, con un sorriso, proporti una soluzione che generalmente costa come un tranfert intercontinentale e che ha eccellenti probabilità di rivelarsi del tutto inutile. E, in ogni caso, il punto è che accendono letteralmente i riflettori sul difetto che tu stai miserabilmente tentando di nascondere o di cui non hai – tapina –ancora preso coscienza.
Una volta sono stata inchiodata dallo sguardo laser di una commessa che mi ha parlato, per svariati minuti e senza mai distogliere lo sguardo dalla mia fronte, spiegandomi che aveva un eccellente prodotto anti lucido per la zona T. Cioè, in generale va anche bene: mi stai dando un’informazione, grazie. Ma il modo era agghiacciante e la fila di persone che, dietro di me, condivideva la filippica anche!
Insomma che diamine, un po’ di tatto! Anche questa storia della cellulite, mi chiedo, ci vorrà un minimo di preparazione psicologica per parlarne, o no? Voglio dire, prima di riempirmi di campioni di Somatoline (ci sono persone che ucciderebbero, lo capisco) ti vorrai porre il problema se io sia la persona disinvolta e sicura di sé che ti stai immaginando? Mah.

Cmq – cambiando discorso - niente mi fa sentire realizzata come interpretare per lo Shōgun le canzoni dei cartoni animati anni ‘80. Venerdì credo di averlo anche un po’ spaventato con una versione di Heidi leggermente punk. Che ne so, mi sento rigenerata mentre saltello a tempo di Memole o batto il piede come David Gnomo, sgranando gli occhi e sfoderando sorrisi sloga mandibola e a lui, in generale, piace. Quando riconosce il brano si unisce al coro ed è una delizia sentirlo cantare, con quella vocina…io, poi, proprio non mi risparmio: faccio tutto, canto, controcanto e coreografie. Mister P. sostiene che così lo traumatizzo e che forse è per questo che non dorme la notte. Io non sono d’accordo: la vita è troppo amara per privarsi di una bella cantata in stile Cristina D’Avena ogni tanto. Sono quelle cose che riconciliano con il mondo, quelle capaci di farti dimenticare pure i campioncini che hai appena ripescato nel sacchetto della profumeria!

Good to know... 

lunedì 24 ottobre 2011

One sunny day the world was waiting for a lover…


So che forse è una situazione retorica, che non c’è niente di particolarmente scioccante nel tipo di esperienza che sto per descrivere e che a molti di voi sembrerà solo un profluvio di insulse banalità. Ma mi domando per quale  cosmico assioma ogni volta che mi imbatto in una qualunque delle conoscenze più stronze e acchittate che mi toccano in sorte da un lavoro centrarolo, io sia conciata nel modo più ridicolo e mortificante dell’intero mese a venire e di quello precedente. E – già che ci siamo - mi chiedo anche perché capiti sempre che sia io a riconoscere per strada questi fenomeni del glamour e a lanciare loro quell’occhiata di troppo che, una volta intercettata, costringe entrambe al pit stop.
La parabola si può riassumere in pochi tratti essenziali. Scena: rientro dalla pausa pranzo. Personaggi ed interpreti. Io: tacco basso, fondotinta e niente altro (già un miracolo se paragonato al resto ma dall’effetto leggermente stralunato), capello sconvolto, infagottata in giacca, cappotto e sciarpa, stivale andante (che stamattina prometteva pioggia), borsone e – orrore – bustina calzedonia con dentro gambaletti di nylon (per mia nonna, giuro!).
Lei, che già scalza mi passa una quindicina di centimetri, indossa uno strepitoso decolté blu con un bel tacco e anche un po’ di plateau, calze pesanti leggermente operate (costose!), vestito corto blu scuro con uno scollo tipo Biancaneve, cappottino coreano in tinta, apertissimo (niente sciarpa, niente scialletto, nemmeno i bottoni!), borsa firmata, compatta, da urlo. Io la guardo, naso insù, per tutti i cinque minuti di conversazione, lei per baciarmi si piega un po’ sulle ginocchia, io (per non mettermi sulle punte. E che diamine!) allungo il collo fino a rischiare la slogatura. Mentre parliamo del nulla cerco di ricordarmi perché abbia poi deciso di non depilarmi le sopracciglia, approfittando del weekend. Lei  - trucco impeccabile, capello sfilzato, parrucchierato che le sta benissimo – mi sorride cordiale.
Io la odio.
Cioè, non semplifichiamo, qui non si tratta di andare a farsi sistemare il taglio, perché la mia zazzera (troppo lunga, troppo para, troppo liscia) se spendessi quei dieci minuti in più per asciugarla come si deve e pettinarla di tanto in tanto, non sarebbe così male. Qui si tratta di coerenza e – come dire - di continuità. Si tratta di non incontrare mai queste mesdames précision il giorno che sei decente, ma di ruzzolargli contro quello in cui sei tanto cozza che non te lo spieghi. Il giorno in cui hai deciso comunque e con coscienza di metterti quelle calze rovinate, quelle che - te lo sei detta chiaramente - “le devo buttare!” ma stasera, perché che fai? Le butti pulite? E quindi, mentre abbassi lo sguardo sul suo sandalo fashion sopra la calza di Woolford, con la coda dell’occhio intravedi i tuoi piedi dentro le ballerine, col dorso cosparso dei pallini che le calze fanno sui talloni perché magari in quell’istante micidiale ti accorgi di averle pure messe al contrario! Insomma, lo schifo.
Qui il nocciolo del discorso è che, per quanto tu ti possa sforzare di essere precisa e curata (senza strafare ma – insomma! - decorosa), arriverà comunque quel giorno nel mese in cui topperai. Tu sì, lei no. E quel giorno lei ti troverà. Quindi mie care tutte, spero che voi apparteniate alla categoria delle acchittone inveterate – perché, in fondo, chissenefrega di venire infamate in un post del kaiseki se poi vi aggirate con la grazia e l’eleganza di una fashion icon, no? – e che non vi offendiate per questo piccolo sfogo. Ma magari, già che ci siete, fatevi un giro su uno di quei siti che dispensano suggerimenti su “come tagliarsi la frangia da sole” o “come si usa il piegaciglia” e lasciate il kaiseki a sproloquiare in santa pace sui vantaggi dello smalto trasparente e della terra al posto del fard: dopotutto, questo è un no-fashion blog!

venerdì 21 ottobre 2011

Half of what I say is meaningless, but I say it just to reach you...


Ci sono momenti nella vita che passano aspettando. L’attesa riempie le giornate, le settimane, senti che nell’aria c’è qualcosa, a volte intensamente. Altre volte la sensazione è un’impronta leggera sulle cose intorno che suggerisce, in qualche modo, l’opportunità di stare fermo, preparandoti al cambiamento. È uno stato complesso, non del tutto negativo ma che in un certo senso spinge a rimandare l’azione, a procrastinare le scelte. Semplicemente aspetti, con la convinzione, confusa e netta al contempo, che qualcosa sia già in movimento per te.
Sono momenti che sembrano allungarsi come spirali di miele in un bicchiere di latte, scivolano sul fondo prima di sciogliersi del tutto lasciando di sé soltanto un sapore. Non so se dolce. Si dimenticano in fretta quando tutto torna a regime, quando gli ingranaggi riprendono a girare producendo il consueto frastuono.
Ultimamente, quando sono troppo pigra per fare qualcosa e mi dico prima o poi  mi sorprendo a pensare che questo poi nel frattempo stia scorrendo. Cioè, non è più come qualche anno fa, quando mi dicevo cose tipo “prima o poi compro dei pigiami decenti, femminili...di classe!” mentre mi infilavo la maxi felpa coi pinguini. Ecco, in quel caso il prima o poi immaginavo significasse quando sarò una donna sofisticata, sopra la trentina, con una carriera…Dunque, i 30 diciamo che sono un vago ricordo, nel frattempo mi sono pure sposata (quindi c’è qualcuno che gioisce della quotidiana opportunità di ammirare i pinguini), sulla carriera stendiamo un velo, eppure ancora non sono riuscita a dotarmi di pigiami decorosi. Lo so, sto trascinando questo post verso l’assurdo: cosa ci vorrà mai a comprare un pigiama? Capiamoci: non è del pigiama che voglio parlare, è dell’idea di me che ho e che, mi sono accorta, tende a risultare sempre più – come dire – indefinitamente prospettica.

Allora, il punto è forse che non c’è un traguardo da superare per poter dire “ok, da qui in poi ci sono”? O forse che – e qui cito - una è tanto più vera quanto più si avvicina all’idea che ha di se stessa e allora se io voglio essere autenticamente me allora devo comprare dei pigiami eleganti? Sto di nuovo confondendo le acque. Quello che un po’ mi rode è il pensiero di non stare utilizzando il tempo opportuno (cioè questo) per fare le cose opportune per questo tempo. È come vivere a salti, tra il passato e il futuro, trascurando il presente.
Oddio, sono matta. Ma le penso solo io queste cose? Non avete mai la sensazione che l’oggi sfugga, risulti meno pregno, meno netto: sfumato tra il ricordo di ieri e l’idea di domani?

Bah, diciamo che oggi il kaiseki ha farneticato. Poco male, però, perché il kaiseki dimentica in fretta queste stravaganti parentesi. Però, una volta tanto, datele retta e ascoltate la traccia che parte dal titolo, 'cause I say it just to reach you!

giovedì 13 ottobre 2011

Dancing queen...


Chi di voi sa che le uova di lompo sono un succedaneo del caviale?

In pochi – spero – io stessa mi sono imbattuta in tale curioso sottotitolo quell’unica volta che comprai al supermercato una scatolina che sembrava in tutto e per tutto caviale ma che costava pochissimo. Quando arrivai a casa scoprii l’arcano: erano uova di lompo. E il lompo deve essere un succedaneo dello storione, visto che le loro uova sono intercambiabili.

Altra questione: il kaiseki ha studiato Economia e Commercio (e se vede! fischi e buuuuu!), bene una delle prime nozioni assimilate nel corso delle illuminanti lezioni di Economia Aziendale fu proprio quella di bene succedaneo che, in poche parole, è un prodotto che si può sostituire ad un altro senza troppi drammi, pur non replicandone in tutto e per tutto le caratteristiche.
Ora, perché questo assurdo cappello? Per introdurre – cari miei – un tema particolarmente scottante: il multiforme – ahimè inespresso –talento del kaiseki.

Perché non ne parli con l’analista? Azzarderà qualcuno.
È ovvio: perché ho un blog e un blog è il luogo virtuale istituzionalmente deputato alle farneticazioni ego-centrate.
E quindi, vi dicevo…

Fin da quando ero piccola ho desiderato cimentarmi in attività che i miei genitori hanno, di volta in volta, elaborato sommariamente, reinterpretato indiscriminatamente e restituitomi sotto forme – come dire – lievemente ripensate.
Vi faccio qualche esempio: “Vorrei suonare il violino”. Per la prima comunione ho ricevuto un pianoforte. “Vorrei fare equitazione”. Sono stata iscritta a ginnastica posturale, pattinaggio, nuoto, karate, tennis, pallavolo, ginnastica artistica (che non mi sarebbe neanche dispiaciuta se – come tutte le altre bambine – avessi avuto il body fucsia della scuola, anziché uno verde mela che mia madre rimediò non so dove. Con sotto fuseaux coordinati: a 10 anni sono cose che ti segnano) ma – per dirla spiccia - de cavalli manco la puzza. “Vorrei fare danza classica”. Silenzio. “Vorrei fare danza classica”. Silenzio rinnovato. “Vorrei far…” “Ah kaise’, datte una regolata!”
Ma io ero nata, secondo me, per diventare una ballerina: avevo tutto, la grazia, la musicalità, la struttura…aò, non c’è stato verso. E questa cosa, in particolare, non mi è mai andata giù.

Ora, qualche giorno fa una mia amica mi ha segnalato l’apertura PROPRIO DIETRO CASA di una scuola di danza (quando uno dice il destino!). Lei me lo ha detto perché è la mamma di una grande amica dello Shōgun e l’ha iscritta ad un corso di baby ballo (o qualcosa di simile). Manco ve lo dico, mi precipito sul sito per prenotare una lezione di prova gatti. Sul sito in questione arrivo alla schermata con i menu a tendina per selezionare età/genere/livello e prenotare la lezione. So che ero lì per il baby funky ma il mouse è andato da solo: Età: 33. Genere: Classica. Livello: Principiante. Email di conferma arrivata – senza una piega! – “Ciao Kaiseki, ti aspettiamo venerdì alle 19.30 per la lezione di prova. Avvisaci se hai problemi di orario, a presto, il Maestro”

Venerdì è domani, secondo voi gliela posso fa’?
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