A belly full of wine - Romanzo

mercoledì 9 marzo 2011

A belly full of wine - chapter 9


Tornando a casa mi fermo a comprare un vassoio di dolci: Emma adora la crema, quando affrescava il mio balcone spesso per pranzo mangiava soltanto enormi krapfen farciti. Io e Jarrod eravamo increduli.
A ripensarci quello è stato un periodo davvero felice: l’estate in cui mi sono trasferita nella nuova casa, abbiamo ridipinto, lucidato, scartavetrato e ripulito tutto quello che poteva essere “fatto in economia”. A pranzo organizzavamo pic-nic seduti in terrazzo, sul materasso sfondato, eredità del precedente inquilino. Io e Jar mangiavamo panini, pasta fredda e insalata russa, Emma si presentava la mattina con un sacchetto di krapfen per la colazione e a pranzo faceva fuori quelli avanzati. Siamo andati avanti così per quasi un mese e non riuscivamo a capire come Emma potesse ingurgitare tali quantità di paste alla crema.
Entro in casa rabbrividendo per il freddo, negli ultimi giorni si è messo a tirare un vento gelato. Appoggio il sacchetto con i dolci in cucina e controllo la posta. Pubblicità, offerte speciali, una cartolina dai miei che sono andati a Firenze e che tornano domani: devo ricordarmi di chiamarli.
Il primo impulso è di telefonare a Jar e farmi raccontare la sua settimana ma mentre compongo il numero ci ripenso e abbasso la cornetta: lui non si è più fatto vivo, magari non è nemmeno in casa…non mi va di essere la prima a richiamarlo né voglio rischiare di venire liquidata in poche parole. Mi concedo una doccia bollente e mi butto un momento sul letto prima di vestirmi. Abitare da soli è fantastico: non credo che mi piacerebbe dover chiacchierare a tutti i costi con qualche coinquilina quando torno dal lavoro. Adoro starmene per conto mio, godermi il silenzio e la penombra, avere i miei spazi (solo miei), il mio ordine…certo, a volte deve essere piacevole passare le serate a spettegolare fino a tardi e deve essere bello vivere quella sorta di sorellanza che si crea tra ragazze, però io preferisco avere un posto tutto mio e invitare i miei amici quando ho voglia di condividerlo. Forse, si tratta solo di una deformazione individualista che affligge la società di oggi, perché mi rendo conto che quando i miei erano giovani, raramente si aveva il privilegio di una casa propria al di fuori della famiglia ma ora credo siano in pochi a non desiderare un piccolo rifugio esclusivamente proprio, che permetta di chiudere fuori, anche solo per poco, il resto del mondo. Per quanto si possa essere affezionati al resto del mondo.
Mi infilo un paio di jeans ed una maglia a collo alto e mi accoccolo sul divano per telefonare al take away cinese. Ordino una porzione di riso alla cantonese, spaghetti alla piastra con carne e verdure, pollo alle mandorle, involtini primavera e lychees e chiedo che mi portino tutto per le nove e un quarto. Mentre aspetto Emma guardo un po’ di tivvù, cercando di allinearmi agli sviluppi della storica telenovela della quinta rete: va avanti da una decina d’anni, ma una volta acquisita una base solida e una certa dimestichezza con i personaggi principali, è sufficiente vedere un paio di puntate l’anno per riuscire a seguire tutte le vicende.
Mentre cerco di capire se la nuova modella bionda sia la figlia o l’amante del secondo marito di uno dei personaggi storici, suona il citofono. E’ Emma, guardo l’orologio…incredibile, non sono ancora le nove! C’è qualcosa che non torna ma per il momento decido di non fare domande. Quando entra ci abbracciamo e le prendo la giacca, lei va a stravaccarsi sul divano e prende una manata di M&M’s dal tavolino.
“Ah, stai guardando Spasmi D’Amore…hai visto che fico il nuovo marito di Jolanda? E la madre? Sembra una quindicenne…una vera zoccola, cerca continuamente di farsi il suocero del figlio…”
La madre? Quella sarebbe la madre?! Ecco, magari proprio una volta l’anno non basta…
Comunque, spengo la tivvù e mi siedo anch’io sul divano.
“Ho già ordinato, dovrebbero arrivare tra un quarto d’ora”
“Meno male, sto morendo di fame!” Emma, si sfila gli anfibi e si mette comoda.
“E così? Ho saputo che esci con quel figone del capo di Will! Pare che sia ricco sfondato…”
Per un momento deglutisco a vuoto, cos’è questa storia?! Non è umano che chiacchierino così sfacciatamente alle mie spalle dopo appena dieci giorni che conosco Colin!
“Ma che dici, Emma…e poi, chi ti ha raccontato questa assurdità?”
Mi guarda di traverso “ Perché, non è vero che ci esci?”
“Beh…” Non so se mi va di raccontare i fatti miei ad Emma così su due piedi: insomma, sono mesi che non ci vediamo da sole per parlare…potrebbe almeno lasciarmi il tempo di rilassarmi un po’ “Mah, l’ho visto solo un paio di volte e sempre per caso, è molto interessante, non c’è dubbio, ma montare già un flirt…mi sembra un po’ prematuro, no?”
“Lo sapevo, è quella gallina di Zoe che spara un sacco di cavolate! Comunque, non che mi importi se esci con uno snob, figlio di papà tipo Will, solo che…sai, da te mi aspetto qualcosa di più che da quella stupida viziata di Zoe!”
Mi sembra evidente che la situazione tra Emma e Zoe si sia leggermente inasprita nelle ultime settimane. Dovrei chiamare Zoe e cercare di capire se l’ostilità è così evidente anche da parte sua, però la battuta di Emma mi brucia un po’: Colin non è uno snob figlio di papà…almeno non lo sembra.
“Non aspettarti troppo da me, Emma, non vorrei rimanessi delusa.”
Penso che lei capisca la frecciata, perché mi sorride un po’ a disagio e si raddrizza sul divano.
“Scusami, Trish, non è per litigare che sono venuta, né per offenderti…So che negli ultimi tempi ci siamo un po’ perse di vista e so che gran parte della responsabilità è mia…sono stata latitante e particolarmente strana, lo riconosco.”
“Oh, Emma, dispiace tanto anche a me di non essermi più fatta sentire. Negli ultimi mesi non ho fatto altro che lavorare e lamentarmi con Jar su quanto mi faccia schifo stare alla Global” Per un attimo penso al povero Jar che si annoia a morte mentre mi ascolta per la centesima volta lanciarmi in un’arringa sulle ingiustizie di Robert “Ho trascurato tutti i miei amici più cari e ho lasciato che i rapporti con te e Jar si rovinassero…”
Mi guarda, un po’ sorpresa: “Come sarebbe? Hai litigato con Jar? Pensavo foste culo e camicia come al solito”
“Beh, diciamo che ultimamente non ci sentiamo tanto spesso…” Rispondo evasiva; una scampanellata ci annuncia che, finalmente, è arrivato il fattorino cinese. Mi alzo e vado ad aprire. Emma cava dalla tasca alcune banconote accartocciate.
“No” La anticipo “Offro io, il cinese posso ancora permettermelo” Le sorrido.
“E poi, così mi faccio perdonare per non essermi fatta viva quando era chiaro che avevi qualcosa che non andava…” Mi fermo perplessa, ma che ho detto?!
Emma aggrotta le sopracciglia interrogativa ma io mi lancio fulminea verso la porta, aggiungendo “E’ la fame!” E lei annuisce pensierosa.
Il cibo cinese è eccellente, io poi ho un set completo di bacchette e ciotoline quasi originale, cioè l’ho preso a un mercatino dell’usato quindi nessuno mi dice che non appartenessero a qualche Ming spiantato.
Divoriamo il riso, la pasta, e il pollo, cospargiamo gli involtini di salsa agrodolce e innaffiamo tutto con l’ottima birra che avevo strategicamente sistemato in frigo sabato. Dopo la cena, apro il cartoccio dei krapfen e lo piazzo davanti allo sguardo illanguidito di Emma.
“Nooo, pure! Ma così mi fai sentire un verme che non ti ho portato nemmeno un pacchetto di caramelle…!” Afferra una pasta infilandone metà in bocca.
Io la imito e dopo qualche minuto il vassoio è ripulito. Ci guardiamo divertite.
“Facciamo proprio schifo…” Le dico. Lei, per tutta risposta, rutta beatamente. Lo so, a volte è un po’ ruspante ma…è Emma e le voglio un gran bene. Scoppiamo a ridere e ci spostiamo di nuovo sul divano.
Io mi sistemo sul bracciolo e lei si allunga dal lato opposto. Appena sedute, Emma tira fuori dalla borsa una canna e fa per accenderla. Poi però si ferma e mi guarda, in attesa. Non mi piace che si fumi a casa mia, ma qualcosa mi dice che Emma ha argomenti scottanti da tirare fuori e non mi va di fare la moralista adesso.
“Una sola…” Le intimo.
“Giuro!” E accende il fiammifero.
“Ho conosciuto un tipo.” Lapidaria. Però non mi pare una cosa tanto grave, dopotutto, e invece di chiedere subito Chi? Quando? Che fa?, mi limito ad esclamare: “Grande!”
E siccome lei tace, dopo un po’ mi sento in dovere di aggiungere: “Chi è?”
“Un gallerista”. Accidenti!
“Wow, Emma, complimenti...” Silenzio.
“E?” Proseguo “Che tipo di gallerista?”
Lei mi guarda come se fossi stupida.
“Un gallerista d’arte…” Ma sì, certo, è evidente. In fondo Emma non è solo una punk e una svitata: è un’artista e anche molto di talento, secondo me.
“Vabbè, te lo dico. Sono venuta per questo, no? Ha una galleria d’arte, qualche anno più di me e un matrimonio alle spalle con…un paio di figli.” Sono ammutolita.
“E…quando…?” Biascico.
“Sei mesi fa”
Sei mesi fa? Sei mesi?!
Strappo la sigaretta dalla mano di Emma e do una lunga, profonda tirata. Mentre il fumo mi esce dal naso, appoggio la testa allo schienale del divano: ommioddio, da quando la conosco, Emma non ha mai avuto una relazione che durasse più di una settimana. Se si esclude Peter, ovviamente, ma lui non conta credo perché non è una vera relazione. E ora se ne esce con uno che potrebbe essere il padre (quasi…) e che ha due marmocchi?! Mi ci vorrà un po’ per abituarmi all’idea. Emma si riprende la canna e fa un tiro.
“Sono incinta”. Alzo la testa di scatto e scivolo all’indietro, perdendo l’equilibrio e urtando con il piede la ciotola delle M&M’s che descrive un variopinto semicerchio in aria prima di franare sul pavimento, dove io sono già distesa, tramortita per il volo e la notizia.

Ovviamente, Emma non è affatto incinta, o almeno questo è quanto sostengono i due stick da test allineati sul tavolino del mio salotto. Sta soltanto sperimentando un normalissimo anticipo di menopausa (a 27 anni) che va avanti da circa quattro mesi.
“Sai, forse dovresti vedere un medico” Le dico, un po’ scombussolata: bella serata stiamo passando! Proprio bella!
“Sì, forse hai ragione…probabilmente è lo stress; negli ultimi tempi ne sto accumulando parecchio…”
“Lui sa di questo ritardo?”
Emma mi guarda un po’ sorpresa.
“Lui? Hem…no. E comunque non avrebbe potuto essere suo, nella maniera più assoluta.”
Cioè? D’accordo che Emma non è famosa per il suo severo senso della morale, però…
“E di chi pensavi che fosse?!”
Lei sembra indifferente.
“Di Peter.”
“Cooooooosa?! Emma…e quando…come…”.
“Mah, non ti agitare, non è niente di serio: eravamo un po’ fatti. Non mi è nemmeno piaciuto, lui lo sa, io lo so. Io e Peter non siamo fatti l’uno per l’altra.” Allunga i piedi sul divano. “E comunque non era per parlare di questo che ero venuta, mi dispiace che ti sia preoccupata.”
In effetti, mi sento un po’ scossa e quando le rispondo che è tutto a posto non ho un tono per niente deciso. Oltre al fatto che comincio ad avere un sonno clamoroso, sarà la sigaretta, sarà lo shock, sarà la Global.
So di essere molto meschina ma, mio malgrado, lancio un’occhiata all’orologio: siamo riuscite a tirare le due e mezza. Emma intercetta lo sguardo e io mi sento un verme. Lei però non sembra dispiaciuta.
“Ok, senti: io vado”
“Oh, Emma, scusami…non devi andare via, mi fa piacere se rimani…”
“No, guarda, tranquilla: devo andare sul serio. Non lasciamo passare altri sei mesi però. Per rifarlo, intendo.”
“No, certo e…non mi hai più parlato di questo gallerista” Cacchio, è vero!
“Già, il gallerista…magari la prossima volta, tanto non c’è molto da dire.” Raccoglie la borsa e si avvia alla porta. Io la seguo con lo sguardo prima di alzarmi dal divano e raggiungerla. Prima che esca la abbraccio e la stringo un po’.
Lei ricambia con una stretta rapida, mi sorride ed esce. Appena chiusa la porta respiro profondamente: stanno succedendo un sacco di cose.

A belly full of wine - chapter 8

La settimana trascorre come al solito, tra alzatacce, colazioni con Barbara e lavori più o meno umilianti per Robert.
Colin non si fa vivo, Jarrod nemmeno. Intanto è quasi dicembre e nei negozi già troneggiano gli addobbi natalizi, in tv pubblicizzano torroni e dolci tipici ed io sono sempre più preoccupata dall’avvicinarsi prepotente di capodanno, una delle feste che tollero di meno in assoluto.
Il giovedì devo accompagnare Robert ad una convention di fornitori e lui decide di offrire il meglio di sé, quanto a meschinità. L’appuntamento è alle 7.30 di fronte al palazzo dei congressi, io arrivo congelata e insonnolita alle 7.32 trovandolo già davanti al cancello che è, ovviamente, ancora sprangato. Il palazzo, infatti apre alle 9.00 e solo chi ha il pass per gli stand, cosa di cui io naturalmente non dispongo, può entrare prima. Robert non mi degna quasi di una parola e continua ad armeggiare con il suo palmare, con aria super impegnata. Mi rannicchio contro una transenna cercando di evitare il vento gelato: ho anche lasciato i guanti in macchina. Dopo un quarto d’ora di silenzio immobile sono praticamente ibernata e decido di andare a recuperare i guanti, in fondo la mia auto è appena dietro l’angolo. Avviso Robert e mi avvio in fretta; mi ci vogliono più o meno tre minuti. Quando torno però, il piazzale davanti alla cancellata è deserto.
Chiamo Robert sul cellulare e non mi risponde. Mi guardo attorno perplessa: possibile che sia andato via? Forse l’hanno rapito, penso con un fremito, ma è improbabile.
Provo a richiamarlo e stavolta mi risponde.
“Robert, sono Trish…si può sapere dove sei finito?!”
“Ah, Trish, sono entrato: è venuto a prendermi Jacob della Bridgestone al cancello. Tu eri sparita…” Non ci posso credere.
“Robert, sono andata a prendere i guanti in macchina, te l’ho anche detto…”
“Beh, io mi sono girato e non c’eri più…non potevo aspettarti in eterno! Comunque, alle 9.00 aprono, aspetta un po’ e poi raggiungimi allo stand della Bridgestone.”
Sono senza parole, guardo l’orologio, sono ancora le 8 e 10. Torno mestamente verso la macchina quantomeno per ripararmi dal vento. Nello stomaco ho un groviglio di amarezza e cattivi sentimenti: odio quest’uomo e odio questo lavoro. Niente come una giornata che comincia così può far sentire sola e avvilita una persona. E la sensazione è che sarà un giorno lungo.
Infatti: alle 9 entro e a quel punto è un trottare ininterrotto dietro a Robert, carica di tutto l’inutile materiale promozionale che va raccattando ad ogni stand.
Lui, dal canto suo, intrattiene le relazioni –come continua a ripetermi- e si dimentica quasi sempre di presentarmi alle persone con cui si ferma ad intessere i suoi fondamentali rapporti commerciali.
Alle 12 mangiamo un panino rancido in piedi al bancone di uno dei bar della fiera e ripartiamo all’attacco degli stand. Alle 3 inizia una dimostrazione della Continental su un nuovo modello di pneumatici da neve. Alle 4 e mezzo, finalmente, il supplizio finisce: Robert ovviamente non considera nemmeno per un istante l’opportunità di tornare in ufficio e, dopo avermi salutato brevemente, si dilegua tra la folla. Io rimango immobile per un attimo, carica di pacchetti, depliant e listini prezzo in mezzo al corridoio di ingresso della fiera e riprendo fiato, assaporando la libertà riconquistata. Una folata di vento si intrufola tra le porte scorrevoli e mi scuote. Afferro saldamente le mie buste e mi incammino, esausta, verso la macchina.
Arrivo a casa che è già buio ma, attaccata alla porta con un pezzo di scotch, c’è una busta. Dentro trovo 2 biglietti per le Nozze di Figaro e una breve nota di Colin che si scusa per il ritardo nella ricerca dei biglietti e mi rassicura sulla piacevolezza dell’allestimento. I biglietti sono per il sabato successivo, io, che è la prima volta che ricevo un invito così originale e che ormai avevo iniziato a pensare che non avesse nessuna intenzione di uscire di nuovo insieme, sono semplicemente deliziata.
Ma troppo stanca per descriverlo degnamente.

La mattina dopo è venerdì: giorno di riunione. Arrivo alle otto e un quarto e, mentre sono in ascensore, cerco di prepararmi spiritualmente all’inevitabile rimprovero di Robert. Quando entro in ufficio, invece, trovo Max al telefono (con chi a quest’ora?!) e Josh impegnato a scrivere un’email; la scrivania di Robert è vuota.
“Beh? Che è successo?!” Chiedo mentre mi sfilo il cappotto.
“Ti sei salvata stamattina, è?” Ridacchia Josh “Robert ha la febbre, ha già chiamato, ovviamente.”
E, ti pareva!
“Non ti preoccupare, Max gli ha detto che eri in bagno.”
Figurati se l’ha bevuta…comunque, va benissimo così, anzi, è quasi troppo bello; è venerdì, Robert non c’è, io ho un invito per andare all’opera domani con uno dei ragazzi più carini ed interessanti che abbia conosciuto nell’ultimo secolo…non c’è che dire, la giornata promette molto bene!
E infatti, tutto procede stranamente per il verso giusto: Robert richiama verso l’ora di pranzo e, a giudicare dalla voce, è piuttosto malconcio, inoltre, mercoledì prossimo deve andare a Bonn per l’azienda e non credo che lunedì rischierà una ricaduta venendo in ufficio. E’ incredibile come certi avvenimenti insignificanti riescano a cambiare in modo tanto improvviso e radicale la tua percezione dell’esistenza.
Ammetto di essere un po’ umorale, a volte, ma sono sfumature come questa che mi catapultano dalla depressione profonda alla più incontrollata esaltazione. Per festeggiare, dopo pranzo, mi sento quasi in dovere di offrire a tutti il caffè e compro anche una confezione di cioccolatini alle nocciole che distribuisco generosamente alle vittime dei soprusi di Robert. Ne conservo uno per Jack.
Il pomeriggio passa in fretta (nonostante quello che dice Robert, il venerdì è una giornata in cui si riesce a combinare poco perché molti uffici chiudono prima), alle sei ordino con Max le carte sulla mia scrivania e mi preparo ad andare via. Mentre sono in macchina ricevo la telefonata di Emma.
“Ciao, ti disturbo? Sei ancora alle prese con il maniaco?”
“Emma! No, è malato” Sorrido tra me, è moralmente accettabile gioire in questo modo perché una persona si è presa l’influenza? “E’ una settimana che provo a chiamarti, Emma…si può sapere che fina hai fatto?!”
“Scusa, lo so che mi hai chiamato…ultimamente le cose a casa non vanno per il verso migliore…ho avuto parecchio da fare, questi giorni. Senti, hai impegni stasera?”
La visione di una cantina piena di fumo e di gente che beve birra vestita di nero mi attraversa la mente ma la scaccio subito: Emma è una mia amica.
“No, niente? Hai qualcosa in mente?”
“No…cioè, niente di che, una cosa tranquilla. Ti va se andiamo in un posto tranquillo a berci una cosa? Ho un po’ di roba da raccontarti…”
“Certo…senti, se vuoi puoi venire da me, ci prendiamo qualcosa al Take Away cinese e ceniamo a casa”
“Ah…va bene. Vengo verso le nove? E…Trish?”
“Sì?”
“Non dirlo a Jarrod, ti dispiace?”
“Macchè, tranquilla: stasera saremo solo noi due!”

Anche perché, cara Emma, Jarrod non lo sento da un po’ di tempo…

martedì 8 marzo 2011

A belly full of wine - chapter 7


Nel pomeriggio telefono ad Emma. Risponde Zoe e mi dice che Emma non è rientrata la notte prima.
“Credo abbia un nuovo ragazzo, però non oso chiedere…sai quanto è permalosa”
Mi informo se la tensione di venerdì si sia un po’ dissolta “Non so cosa dirti, Trish, Emma è sempre stata strana e in questo periodo lo è ancora di più. Deve avere qualcosa per la testa ma non riesco a capire cosa e ti confesso che starle dietro è decisamente troppo faticoso per me. Ma, cambiando discorso,” assume un’aria cospiratrice “hai programmi per questa sera?”
“No ma tanto non esco: domattina si ricomincia e mi aspetta la solita alzataccia” Che strazio, il week end è già finito e io sono ancora esausta.
“Noi vediamo prima di cena con alcuni amici di Will, perché non vieni?”
“Non lo so, Zoe…poi con questo tempaccio…”
“Si tratta solo di un aperitivo, Trish, non fare la pigra, non posso credere che sia stato un fine settimana così stancante da non poterti permettere un aperitivo nel tardo pomeriggio!”
In effetti, non ho combinato niente questo sabato. Uscire non può che stimolarmi: ultimamente mi sono un po’ chiusa e ora che Jar ha una nuova fidanzata (più normale di quell’attrice schizzata che frequentava prima) dovrò trovarmi qualcosa di nuovo da fare per impegnare le serate: ho idea che, almeno per qualche tempo non ci saranno cenette e bbq per noi. Dio, che bel pensiero costruttivo.
“D’accordo, vengo.”
“Ottimo, ci vediamo alle sei e mezza al Globe” Lo sapevo: il solito posto da fighetti tipico di Zoe e Will.
 “Ah, e…Trish?”
“Sì?”
”Mettiti carina”. E attacca.
Mettiti carina? E che vuol dire?
Io mi metto sempre carina quando esco e non vado da Jar. Almeno ci provo…
Sono le quattro, ho ancora un sacco di tempo per prepararmi. Prendo un libro e sprofondo nel divano: il pensiero che domani sia lunedì mi butta davvero giù, forse dovrei approfittare di quest’ora libera per mandare in giro qualche cv ma non ne ho la minima voglia. Mi immergo nella lettura e rimando: c’è sempre tempo per fare cose noiose.
Un’ora e mezza dopo, sono immersa nella contemplazione del mio armadio aperto: fuori è già buio e la prospettiva di vestirmi ed uscire mi attira quanto le riunioni del venerdì con Robert. Però, so che si tratta solo di sforzarmi e varcare la soglia: sono sicura che, una volta in mezzo alle persone, sarò contenta di non essere rimasta a casa, in tuta a mangiare un brodino davanti alla tv.
Dunque, vediamo…”mettiti carina”…
Rifletto cercando di individuare una mise adatta all’occasione: in fondo un aperitivo con Zoe, Will e i loro amici snob non mi sembra un avvenimento che richieda una “carineria” particolare…cmq, alla fine tiro fuori dall’armadio la mia gonna asimmetrica di velluto bordeaux, la camicia bianca elasticizzata e il maglione nero con il collo a scialle e le maniche a guanto che mi ha regalato Zoe lo scorso Natale. Nello specchio cerco di valutare il risultato: forse sono un po’ troppo elegante per un aperitivo, ma almeno uso la gonna (da quando l’ho comprata - in saldo - l’avrò messa sì e no un paio di volte) e mi faccio vedere da Zoe con il suo regalo indosso, che è sempre una cosa carina. Mi infilo dei sandali neri con una farfalla di strass sul davanti e prendo la borsetta, nera anche lei, con gli strass. Il mio look di stasera un po’ disorienta: posso sembrare molto chic o molto Mary Poppins.
Io, comunque, ho sempre stimato molto Mary Poppino, concludo; ed esco.
Quando arrivo al Globe sono già le sei e quarantacinque e dentro c’è l’inferno. Fortunatamente intravedo Zoe, di spalle e mi dirigo subito al suo tavolo.
Anche lei è elegante, non c’è che dire: ha un vestitino nero di seta taffettà che fruscia quando si alza per baciarmi.
“Trish, finalmente! Siediti, ti ho tenuto il posto” e sposta una baguette rosa chiaro dalla sedia accanto alla sua. Sorrido a Will e rivolgo un saluto generale, congratulandomi con me stessa per non aver rinunciato ai sandali di strass.
“Scusate, ragazzi, per strada c’è il caos…”
“Non c’è problema, però ora corri il rischio di digiunare: la ressa del buffet ricorda lo smistamento di aiuti umanitari in un paese del terzo mondo” Mi volto e riconosco, accanto a me il ragazzo che ho incontrato venerdì sera alla festa dello studio di Will.
“Buonasera, Miss Holden.” Mi sorride.
“Oh…”Devo avere un’espressione esageratamente colpita mentre cerco di ricordarmi il suo nome: lui me lo ricordo, uno così carino non si dimentica facilmente e mi ha fatto pure il baciamano…ma l’altra sera ero talmente confusa.
E sì, in effetti, anche un po’ sbronza.
“Colin Padmington, ci siamo incontr…”
“Sì, Colin!” Esclamo “Cioè…mi ricordo di lei è che l’altra sera ero lievemente…annebbiata”.
“Non c’è problema” Mi sorride di nuovo ed io ho la tremenda sensazione di arrossire. “Nel locale, l’altra sera c’era parecchio rumore…” Si guarda un momento intorno “In effetti, non è che qui ce ne sia di meno: sembra che siamo destinati ad incontrarci in posti modaioli ed affollati”
“Già…” Mi guardo anch’io intorno, delusa.
“Hai qualche appuntamento, dopo, Trish?” E’ Gloria, una vecchia amica di Zoe, credo che fossero vicine di maniero da piccole “Quei sandali sono troppo eleganti per un semplice aperitivo tra amici…”. Occhieggia ai miei piedi, ammiccando.
Ora che mi ricordo, Gloria la odio: è una vipera saccente e presuntuosa.
Non vado da nessuna parte, dopo, strega: ho sfoggiato dei sandali di strass solo per venire in questo stupido bar!
“No…in effetti no” Sorrido a quella stronza di Gloria che mi guarda con occhioni sgranati.”Sai, domani lavoro…”.
Mi sento una disadattata, perché non ho nessun appuntamento chic, dopo questo aperitivo?!
“E comunque, anche tu sei molto elegante e…guarda che vestitino ha tirato fuori Zoe…” Sorrido a Zoe che sta chiacchierando con il ragazzo che le siede a destra.
“Oh, grazie Trish, io e Will andiamo a teatro dopo e mi sono dovuta mettere in ghingheri con un certo anticipo”
“Ah, andate al Wyndham? Ho sentito che lo spettacolo è bellissimo. Volevo andare anch’io ma Mark non è riuscito a prendere i biglietti e…” Gloria si lancia in un’arringa pro-teatro contemporaneo ed io tiro un sospiro di sollievo: almeno il discorso sui sandali di strass è archiviato.
Sorseggio il mio martini e mi guardo intorno: è incredibile quante persone siano disposte a spintonarsi per un pezzetto di frittata con le zucchine.
“Quindi non ha impegni per cena…?”
Colin Padmington mi sta di nuovo parlando.
“Hem…no, nessun impegno” Sorrido e alzo le spalle “Sa, io la mattina comincio a lavorare piuttosto presto…”
“Anche io vado a lavorare presto. E’ un bene, no? E’ segno che il nostro lavoro ci piace, e poi…le responsabilità sul lavoro danno energia. Non trova?”
Responsabilità? “Beh, sì…immagino sia così…”.
Come gli viene in mente che io abbia delle responsabilità? E come può pensare che il mio lavoro mi piaccia?!
“Lavorare nel marketing deve essere molto stimolante…suppongo che sia circondata di collaboratori capaci e creativi frizzanti”. Oddio, dobbiamo proprio parlare del mio lavoro?
“Esattamente di cosa si occupa, in Global?”
Ecco in arrivo la seconda figura da mentecatta della serata.
“In realtà, io più che occuparmi della comunicazione, che costituisce la parte creativa del marketing, mi occupo di strategie” Che sto dicendo?! “Diciamo che il mio lavoro consiste nell’analizzare i dati delle vendite, pianificare le campagne stagionali, stabilire le iniziative promozionali…”
“Beh, addirittura”
Lo sapevo: sto esagerando.
Per un attimo incrocio il suo sguardo e rimango con gli occhi incatenati ai suoi…mio dio quanto è carino, perché devo fargli sapere che sono una sfigatissima stageur senza nessun invito a teatro per la domenica sera…?!
“Miss Holden…posso chiamarla Trish?”
“Oddio, ma certo…cominciavo ad agitarmi a furia di sentirmi chiamare Miss…”
Ride e ha dei denti perfetti “Non volevo metterti in imbarazzo, Trish…”
“Lo so, Colin”
Colin è davvero un bel nome.
Sono quasi le otto e gli altri cominciano ad alzarsi e ad andare via.
“Se davvero non hai un altro impegno per questa sera, mi farebbe molto piacere cenare insieme…” Wow, mi sta invitando…ed io ho anche il vestito adatto, questa è più che una semplice coincidenza, lo sento. Ma che faccio, mica posso accettare subito…tentenno.
“Sarebbe un vero peccato aver sprecato delle scarpe così eleganti per un semplice aperitivo, non credi?” Insiste.
Sorrido un po’ imbarazzata, ha assolutamente ragione e sento di aver esitato quell’attimo sufficiente a non farmi perdere la faccia. “Beh, Colin, sarei davvero felice di cenare con te, grazie.”
E spero di non sembrargli troppo disperata a non farmi desiderare nemmeno un po’.
“Bene” Sorride “Allora andiamo a cercare un posto…silenzioso, una volta tanto” Mi aiuta ad alzarmi e ci avviamo verso l’uscita.
Saluto in fretta Zoe e gli altri e lo seguo, chissà dove ha intenzione di portarmi, in fondo è un avvocato di successo, il giovane e affascinante socio di uno studio importante…confesso di essere un po’ agitata, come è possibile che un uomo del genere sia libero e si interessi a me? Oddio, forse è questo il punto: forse è sposato ed è un viscido traditore. Però…non ha la fede, o almeno mi sembra. Domani devo informarmi con Zoe.
Mentre ci incamminiamo verso la strada dove ha parcheggiato l’auto, un pensiero mi fulmina: magari è un pervertito, uno di quegli psicopatici che ti seducono e poi fanno girare su internet foto di te imbavagliata e legata con una catena. O peggio, ti uccidono e ti sciolgono nell’acido…
“Sei silenziosa, non dirmi che c’hai già ripensato”
Sussulto. Ha un’aria un po’ preoccupata ed è davvero, inequivocabilmente, incredibilmente uno schianto: sto facendo galoppare la fantasia, come al solito.
Gli sorrido: “Per niente, sono contenta di venire con te. Stavo solo pensando che…beh, che è la seconda volta che ci vediamo e già abbiamo un quasi-appuntamento…” Lo guardo di sottecchi. 
“Beh, tecnicamente no, perché in un certo senso ci siamo incontrati per caso…”
Ecco, lo sapevo, ho fatto una figuraccia. Ora penserà che sono una mitomane, e salterà fuori che mi ha proposto di andare a mangiare insieme solo perché voleva sottrarsi alle avances di qualcuna delle ragazze del bar…
“Tecnicamente sarebbe così” Prosegue e sembra leggermente a disagio. “Ma ti confesso che prima di accettare l’invito di Will al Globe, mi sono accertato che ci fossi anche tu. In realtà speravo non avessi altri impegni per questa sera, quindi, tecnicamente forse questo non è un appuntamento, ma praticamente direi che lo è…se per te va bene, è chiaro” Mi guarda con un guizzo negli occhi e io non riesco a nascondere un sorriso, perché, ovviamente, a me va più che benissimo.

E’ un appuntamento, ok, alla grande!
Mi sto ancora crogiolando nella consapevolezza quando passiamo davanti ad un minuscolo ristorante orientale con un portoncino dipinto di rosso illuminato da un lampione di ferro ed io mi blocco: ho sempre desiderato mangiare in questo posto ma non ho mai avuto il coraggio di provarlo: Jar me l’ha sempre bocciato e non è un ristorante dove andare in comitiva ma non potevo nemmeno venirci da sola. Non riuscirei mai ad andare da sola in un ristorante…ho dei problemi anche a prendere un caffè da sola al bar.
“Ha tutta l’aria di essere un posticino delizioso” Dice Colin e io lo guardo incredula: possibile che voglia mangiare orientale? Nessun uomo vuole mangiare orientale.
“Ho sempre desiderato venirci ma non è mai capitata l’occasione. Forse, però, tu avevi in mente qualcos’altro…” Butto lì scettica.
“No. Cioè, mi piacerebbe molto cenare qui: sembra un posto fatato e ha tutta l’aria di essere anche piuttosto silenzioso.” Sorride. “Vorrà dire che nel ristorante che avevo in mente andremo la prossima volta”
La prossima volta?!
Scendiamo i due gradini che ci separano dall’ingresso ed entriamo: veniamo investiti da una nuvola di caldo e profumi orientali e una ragazza, con un sari molto grazioso, ci viene incontro sorridendo.
Colin le chiede un tavolo per due e lei ci accompagna in una saletta rotonda con tappeti alle pareti e grossi cuscini colorati sparsi attorno a bassi tavolini su ognuno dei quali una candela in un vasetto di vetro proietta una luce pallida sulle tovaglie di seta rosa. Ci accoccoliamo su due cuscini.
“Non immaginavo mancassero le sedie…” Dico quasi a scusarmi “Lo trovi molto scomodo?” Chiedo indicando il cuscino.
“Al contrario, sono colpito: non avrei mai pensato che in questa strada ci fosse un posto così.” Si guarda intorno con un’espressione divertita “Te l’ho detto, ha un’aria un po’magica e poi questa candela fa brillare i tuoi orecchini e ti fa sembrare proprio una fatina” Sfiora i miei orecchini pendenti che proiettano sulle mie guance riflessi in movimento come i cristalli di un vecchio lampadario ed io avverto un formicolio alla nuca. Dopo poco arriva la cameriera che ci è venuta incontro all’ingresso con due tazze fumanti di infuso di fiori mescolato ad un liquore tradizionale bengalese. Non sapendo cosa ordinare, Colin chiede che ci vengano portate le specialità del locale e lei, con un rapido inchino, sparisce di nuovo. Il nostro tavolo è abbastanza appartato ma nel ristorante ci saranno sì e no una decina di persone che stanno cenando.
“Beh, allora un brindisi” Propone Colin sollevando la sua tazza “Alle discoteche rumorose”.
Sollevo anche il mio infuso e beviamo: è delizioso, dolce, caldo, profumato…è incredibile, avrei giurato che fosse disgustoso come il tè al gelsomino che servono nei ristoranti cinesi. Anche Colin sembra colpito, forse è vero che questo posto è un  po’ magico.
La serata passa meravigliosamente: ci portano pietanze di carni e verdure mischiate con una specie di cous-cous e, visto che non ci sono posate, mangiamo con le mani che è un’altra cosa che ho sempre desiderato fare. Colin ha un gran senso dell’umorismo e mi parla del suo lavoro con ironia e leggerezza. Scopro che ha 34 anni e che essere avvocato è una specie di tradizione di famiglia, lo studio infatti è stato fondato dal suo bisnonno, un giurista famoso, e da un suo compagno di università. Lui lavora lì solo da quattro anni, visto che ha preso la specializzazione a New York, facendo la gavetta in uno studio di yankee dove non avevano la minima idea di chi fosse.
Io gli racconto dei miei studi e della Global, limitandomi però a ribadire che mi occupo di marketing e accennando qualcosa sulle fissazioni tiranniche di Robert.
Tralascio di dire che sono solo in stage.
La serata passa in fretta e dopo aver tentato un po’ maldestramente di dividere, senza cucchiai, una deliziosa crema al limone, ci ritroviamo fuori della porticina rossa.
“Ti accompagno alla macchina”
“Grazie…” Lo prendo a braccetto allegramente.
Il suo braccio è robusto e fermo e la stoffa del cappotto morbidissima ed io, grazie alle mie fantastiche scarpe, riesco anche a non sembrare troppo bassa.
Intorno, l’aria è umida ma non fa freddo anche se dalle nostre bocche mentre parliamo escono nuvolette di fumo e sul marciapiede bagnato si riflettono, sfocate, le luci dei lampioni. Solo quando arriviamo alla mia auto lascio il braccio di Colin.
“Sono stata benissimo…”
“Anch’io, dovremmo rifarlo.” Dice convinto.
Accidenti “Volentieri…certo, non so se come spettacolo sia all’altezza delle evoluzioni contemporanee del Wyndham Theatre, ma confesso che vederti mangiare la crema senza cucchiaio  è stato, a suo modo, interessante. Oltre che particolarmente spassoso” Sorrido.
“Ne sono sicuro, ho pensato più o meno la stessa cosa quando hai affondato le mani fino al polso nel cous cous per mescolarlo…”
Ripenso alla scena e inorridisco “Beh, però le mani erano pulite…” Guardo in basso imbarazzata.
“Il cous cous – o qualsiasi cosa fosse - è stato ottimo…deve essere perché l’hai mischiato così bene.” Mi prende una mano e mi accarezza le dita esaminando il palmo “E poi si vede che sono pulitissime” Sorride anche lui e io sento lo stomaco che sfarfalla.
“Ti piace l’opera?”
L’opera? Cerco di ricordarmi l’ultima volta che ci sono andata, devono essere passati anni…Anzi, ora che ci penso, ci sono mai andata?!
“Sìììì, io adoro l’opera” Beh, più o meno: quando ero piccola ho anche preso lezioni di pianoforte…ha una sua pertinenza, no?
“Allora magari una di queste sere potremmo andarci insieme”
“Volentieri. Cioè, io sono un po’ una profana ma…diciamo che ci metto molta buona volontà”
“Lo terrò presente” Mi lascia andare delicatamente la mano “Ora è meglio che tu vada, non vorrei si facesse troppo tardi” Prende le chiavi che ho tirato fuori dalla borsa e mi apre lo sportello.
“Beh, allora ciao” Mentre lo saluto ho la mente fissa su un pensiero: non mi ha chiesto il numero di telefono e io non ho il suo. In circostanze normali sarei ossessionata dall’esigenza di risolvere questo buco nella rete, ma qui non si tratta di una serata normale e ho la sensazione che Colin non avrà problemi a trovare un modo per contattarmi, casomai volesse davvero rivedermi.
Così, mentre lo immagino in mutandoni neri, vestito da Batman che, dal tetto di un palazzo, proietta il mio nome sul cielo nero di Gotham City, monto in macchina e parto.
Una serata riuscita, e non ho pensato a Jarrod e Penelope nemmeno per un momento.

domenica 6 marzo 2011

A belly full of wine - chapter 6


La mattina dopo mi sveglio che è quasi l’una; mi sento uno straccio, puzzo di fumo e mi fa male la testa. Metto su il bollitore per un tè e mi infilo sotto la doccia, oggi devo assolutamente riuscire a fare la spesa. Mi intreccio i capelli per evitare di perdere tempo ad asciugarli lisci e mi infilo la tuta: destinazione supermercato. Ovviamente è tardi e mi tocca prendere la macchina per andare in quello aperto 24 ore. Riempio il carrello con tutto quello che il mio budget mi consente di arraffare: cerco sempre di ridurre al minimo le uscite (fisiche, non monetarie) per la spesa. Prendo una quantità di scatolame, cibi precotti, latte a lunga conservazione, verdure surgelate, qualche bottiglia di vino, una bottiglia di martini, olive, pane parzialmente cotto che è pronto con 3 minuti di microonde, uova, frutta, salumi per i prossimi giorni, due bistecche, spiedini, qualche pannocchia, coca light, birra, pasta, caffè solubile, un delizioso tè al mandarino, biscotti per diabetici (quindi in pratica dietetici perché sono senza zucchero), sughi pronti, qualche varietà di formaggio, detersivo per i piatti, ammorbidente, balsamo per i capelli, un sacchetto di patate, gomme da masticare, pringles, tovaglioli di carta, sacchetti per l’immondizia e il necessario per preparare il dolce di Jar.
Alla cassa pago un’enormità ma mi sento infinitamente sollevata: può pure scoppiare una guerra, almeno per la prossima settimana non avrò bisogno di niente. In effetti non è un pensiero del tutto politically correct
Trascino le buste fino a casa e per sistemare tutto mi ci vuole una mezz’ora. Preparo un paio di toast e mi butto sul divano a guardare un po’ di tivvù: il sabato dopo pranzo ci sono sempre programmi molto educativi. Sono le quattro quando decido che è arrivato il momento di fare la pace con Jarrod. Lo chiamo a casa ma non mi risponde nessuno. Starà giocando a tennis con qualche amico; decido di anticiparmi e cominciare a preparare il dolce. Uova, farina, una mela a fettine, zucchero, burro: la torta con le mele rappresenta la massima espressione del mio genio culinario. Alle cinque un profumo quasi commovente ha invaso il mio appartamento. Provo a ritelefonare a Jar ma non mi risponde ancora: dove si sarà cacciato?! Per evitare di stare a casa a deprimermi faccio un salto in libreria a vedere se c’è qualcosa di nuovo. Prendo la borsa ed esco: sono ancora in tuta, ma non c’è problema, stasera ho intenzione di fare il bbq e di invitare Jarrod, così faremo pace degnamente, affitteremo un film e poi avvieremo un forum bevendo tè al mandarino. Un autentico spasso. Aspetto l’autobus per un secolo e quando finalmente arrivo in libreria sono quasi le sei. Appena dentro, mi dirigo verso la sezione giardinaggio perché mi sono appena ricordata che dovrei potare i bonsai e questa è un’eccellente occasione per scroccare le istruzioni. Mentre sto lì che spulcio un manualone di filosofia zen applicata alla coltivazione delle piante, mi arriva all’orecchio una risata familiare. A pochi metri da me, vedo una ragazza mora con i capelli lisci tagliati cortissimi che indossa la maglietta arancione della libreria e chiacchiera con Jarrod. Ma, che ci fa Jar in libreria di sabato pomeriggio? Lui non lavora mai di sabato…Mi avvicino timidamente, in fondo non abbiamo ancora fatto pace, e tossicchio.
“Ciao Jar, che ci fai qui?”
“Ah, Trish…”Ha un’aria un po’ infastidita, ma forse è solo un’impressione
“Ti ho chiamato a casa due volte ma non c’eri…come mai sei qui?”
“Adesso il sabato lavoro, non te l’avevo detto?” No, non me l’aveva detto e so che è assurdo rimanerci male, perché…chi se ne importa di che orari fa Jar in libreria. Però io non riesco ad evitarmi un’espressione avvilita e mi odio per questo perché mi rendo conto che sto per fare una figura ridicola. Ammesso che la mia tuta, la mia aria imbronciata e la treccia non abbiano già fatto il loro lavoro.
“Ah, sì, beh…devo essermene dimenticata. A che ora stacchi?”
“Alle otto. Trish, tu conosci Penelope?”
“Ciao” La ragazza con i  capelli corti mi sorride.
“Ciao” Le stringo la mano “Sì, forse ti ho visto qualche volta qui in libreria.” Dico sbrigativamente. “Jar, ho la proposta del secolo!”
Che cosa scema da dire…
“Stasera barbecue da me. Ho anche fatto un dolce!” Sorrido ebete.
“Mi spiace Trish, stasera andiamo al concerto dei Sultans’ Project.”Guarda Penelope perplesso “Non ti avevo detto che ero riuscito a trovare i biglietti?”
Cos’è, il gioco del “Non te l’avevo detto?”?! La situazione comincia davvero a farsi imbarazzante, perché io ho di sicuro le guance rosse, visto che le sento andare a fuoco, questa tizia che mi scruta mi sta facendo innervosire e fare questa sceneggiata davanti a lei mi urta molto…insomma, sembro un’innamorata respinta!
Però, cavolo, ho già preparato il dolce, ho fatto la spesa, ho pure messo la birra in fresco per tempo…e poi non mi ero programmata nient’altro per questa sera ed è sabato…Jar non mi può dare buca! Se mi dà buca passerò la serata a deprimermi, già lo so.
Oddio, sono fatta proprio male…
“Bèh, Trish, noi dobbiamo tornare a lavorare” Jarrod fa finta di annuire ad una cliente alle mie spalle.”Mi dispiace per il barbecue, facciamo un’altra volta, ok?” Penelope mi sorride rapida e vanno via.
Accidenti, quanto mi sento umiliata. La cosa che mi ha messo più in crisi, poi, è che non me l’aspettavo e ci sono rimasta come una cretina, treccia, tuta e tutto. Mi precipito verso l’uscita, sperando di non trovarmeli davanti durante il tragitto fino alla porta, e mi avvio un po’ stordita alla fermata dell’autobus. Lo so che sono egoista, in fondo Jarrod non è il mio giocattolo, però…ho passato tutto il giorno a pianificare la serata…

Comincia a piovigginare e io, chiaramente, non ho l’ombrello; mentre cerco di ripararmi sotto la pensilina della fermata mi guardo intorno. C’è traffico di macchine e di pedoni, tutta gente che aspetta il sabato per fare compere e invadere il centro. Ecco, domani è già domenica e lunedì dovrò tornare in ufficio a scaricare dati e a sopportare quel mediocre di Robert, che tristezza. Che tristezza incredibile, mi sento quasi soffocare. All’improvviso, è come se dentro mi si aprisse una voragine di disperazione e buio che mi risucchia. Credo di essere una maniaca depressiva latente: esagero tutti i miei stati d’animo. Forse dovrei trovarmi uno psicanalista: mi farebbe sfogare, tirerebbe fuori i miei traumi infantili e alla fine, dopo qualche anno di terapia, sarei una persona felice, sicura e realizzata.
Ma no, lo so, è un momento: l’unico modo per superare le delusioni è annullarsi per il tempo necessario, non pensare e lasciare che il corpo faccia le cose che fa di solito, quelle che sa di dover fare, senza che il cervello possa ingigantire l’abisso di tristezza che sembra investirmi. Tanto, è solo una questione di tempo: ore, giorni, poi ci si abitua, o meglio, ci si dimentica dell’emozione che, appena vissuta, quasi ci ha tolto il respiro.
Arrivo a casa tardissimo, non ho la minima voglia di cucinare ma ho una fame tremenda visto che a pranzo ho mangiato solo dei toast. Vado in cucina e, senza pensare (sono proprio brava), attacco la torta di Jarrod. Prendo la bottiglia del latte e mi butto sul divano con la televisione accesa, pronta a sorbirmi qualunque squallido programma del palinsesto serale del sabato. Verso mezzanotte, di fronte ad una cartomante che, su una rete privata, dispensa numeri fortunati e verità universali sulle strategie vincenti del lotto, mi addormento: che week end schifoso.
Domenica mattina mi sveglio presto, fuori il cielo è nero ma non piove. Decido di fare una corsa in bici perché l’idea di stare ancora chiusa in casa mi fa venire il soffocamento. Infilo la tuta di ieri e mi carico in spalla la bicicletta che tengo parcheggiata dietro la fioriera nel cortile. Mentre pedalo verso il parco mi sento più in pace. La musica dell’i-pod e le strade sgombre mi rilassano e il freddo è solo un dettaglio: va bene così, sul serio. E’ il momento migliore delle ultime 36 ore.
Anche se sembra che debba venire giù un diluvio da un momento all’altro, il parco è pieno di gente che corre, va in bicicletta o porta a spasso il cane. Ci sono anche quelli che pedalano con il cane che gli trotterella accanto. Non sono ancora le dieci, quindi il grosso della folla è ancora a casa, ma qui non corri davvero il rischio di sentirti un alienato a svegliarti presto la domenica mattina per fare un po’ di moto, nonostante il tempo inclemente. Imbocco il mio solito sentiero, uno un po’ isolato che porta ad una specie di vecchio abbeveratoio, e mi concentro sul cd che sto ascoltando, canticchio anche un paio di canzoni. Il sound è vagamente jazz e mi viene in mente Emma: dopo venerdì non ho più avuto sue notizie, chissà se si è calmata e se ha fatto pace con le ragazze. Decido di chiamarla, non appena rientrata e di invitarla a pranzo, in fondo è parecchio che non ci facciamo quattro chiacchiere. E poi penso a Jarrod e alla sua nuova amichetta, Penelope. Chissà come è andato il concerto ieri sera. Il pensiero di Jarrod che si diverte mentre il mio progetto di barbecue sfuma tristemente in latte e torta davanti alla tv mi fa provare un lieve spasmo allo stomaco: non so se sono ancora dispiaciuta perché mi sento abbandonata o se sto semplicemente rimuginando sul fatto che lui possa essersi divertito mentre io mi annoiavo.
Sono davvero una squilibrata.
Mentre imbocco l’ultima curva prima della fonte avverto alcune timide gocce di pioggia che iniziano a cadere. “Accidenti…” Giro la bici in tutta fretta e inizio a pedalare più forte che posso verso l’imbocco del parco. Ovviamente la pioggia aumenta e in pochi minuti mi trovo sotto un diluvio d’altri tempi. All’improvviso, il parco sembra un deserto di mangrovie, è incredibile come poche gocce d’acqua abbiano fatto dileguare tutti alla velocità del suono. Mentre mi rendo conto che intorno a me non c’è più nessuno, un tuono fragoroso si fa spazio, prepotente, attraverso la musica.
La musica? Oddio, l’i-pod…si sta fradiciando! Con una mano sul manubrio, nel sentiero che è diventato una palude di fango, cerco freneticamente di infilare il lettore che tengo appeso al collo, sotto la felpa di pile. Che stupida, dovevo portare un k-way…Uno scroscio d’acqua più intenso e una ventata gelida mi fanno chiudere gli occhi e aprire la bocca contemporaneamente e, mentre mi sforzo di formulare un improperio adeguato alla drammatica ridicolaggine della situazione, un sasso enorme, vigliaccamente sistemato in mezzo al sentiero, fa sbandare la mia bici e in un attimo mi ritrovo a faccia in giù nel fango.
“Ma porca…” Non ci posso credere, sono completamente coperta di melma marrone, le scarpe, i pantaloni della tuta, la giacca di pile, le mani, l’i-pod…Mi rialzo, non senza scivolare un paio di volte all’indietro, con il sedere in una pozza, e tiro su la bici. La ruota anteriore è a terra, se non voglio deformare il cerchio, non posso risalirci. Penso che ne approfitterò per piangere, nel frattempo, non posso credere che in dieci minuti sia successo tutto questo casino e non posso credere che in questo stupido parco non ci sia nessuno per darmi una mano.
Per un momento, mi balena l’idea di ripararmi sotto un albero e aspettare che spiova un po’ ma quando ero piccola qualcuno mi ha detto che gli alberi attirano i fulmini, quindi mi carico la bici in spalla e mi avvio, più in fretta che posso, lungo il sentiero. Arrivata al ponticello, mi accorgo che il ruscello che di solito è poco più che un rigagnolo è parecchio cresciuto con l’acqua di questi giorni. Io, nel frattempo, sono esausta e appoggio un attimo la bici per riprendere fiato mentre l’acqua continua ad inzupparmi, inclemente. Mentre me ne sto lì, accucciata sotto il diluvio, vedo un’ombra avvicinarsi.
Ommioddio, chi c’è?! D’improvviso, l’idea che il parco possa essere deserto assume risvolti più inquietanti che scomodi. Mi alzo e agguanto la bici e mentre sto per montarci sopra e scappare,infischiandomene del cerchione, una voce familiare mi arriva alle orecchie.
“Trish! Trish, sei tu?”
E’ Jarrod, anche lui fradicio fino al midollo, a quanto pare.
Non riesco a crederci. “Jar…che cosa ci fai qui?” Ultimamente sembra sia destinata a non chiedergli altro!
“Sono passato davanti a casa tua e ho visto che la bici non c’era. Ho pensato che fossi venuta qui, e dato che stava per venire giù il diluvio, sono venuto…beh, a cercarti…” Avrei voglia di buttargli le braccia al collo e baciarlo, ma sono un pupazzo di terra e…beh, lui è Jar…
“Oh, Jar, non so cosa dire…”
“Non dire niente, sbrighiamoci!” Afferra la mia bicicletta e mi guida verso l’uscita. Un quarto d’ora di pioggia dopo siamo a casa sua.
Appena varcata la soglia, Britney ci salterella intorno scodinzolando: “Togliti i vestiti, e buttali qui per terra, altrimenti fradiceremo tutto…Vado a prenderti un asciugamano” Jarrod mi fissa per un attimo, ho incrostazioni di terra anche in faccia “Forse è meglio se fai subito una doccia…”
Ci giriamo di spalle e sento che lui si sfila i vestiti. Dopo qualche secondo torna in accappatoio e mi lancia un asciugamano: “Mentre tu ti spogli mi faccio una doccia anch’io, sono congelato. Non ti preoccupare, ci metto due minuti” E sparisce.
Britney annusa diffidente i miei vestiti lerci ammucchiati sul pavimento, mentre aspetto che Jarrod mi liberi il bagno. Lui riappare poco dopo, sempre in accappatoio ma con un’aria più rilassata. “Sbrigati, Trish, altrimenti stavolta prendi una polmonite…” Gli sorrido grata e lo supero in bagno.
Mi infilo sotto la doccia e lascio che l’acqua calda mi scorra addosso per qualche minuto. Jarrod è il mio angelo custode, è incredibile come riesca ad apparire tutte le volte che ho bisogno di aiuto; è chiaro che sono gelosa delle ragazze con cui esce, Jar è un ragazzo d’oro e tra tutte le sue ex fidanzate non ce ne è stata una che lo meritasse veramente. E’ il migliore amico che si possa desiderare.
Quando riemergo dalla doccia, il bagno è invaso dal vapore. Mi asciugo in fretta e agguanto una sua vecchia tuta per raggiungere Jarrod in cucina: sta preparando il pranzo, petti di pollo con formaggio e spinaci, li adoro. Gli giro intorno battendo le mani dalla gioia, la mattinata è stata decisamente movimentata e il mio appetito è a dir poco poderoso, poi il pollo agli spinaci è uno dei miei piatti preferiti. Allungo una mano cercando di carpire uno dei cubetti di formaggio ordinatamente impilati nella ciotolina accanto al tostapane.
“Smettila, Trish…ti rovini l’appetito!” Jar mi sgrida per finta ma ha un’aria piuttosto soddisfatta: gli piace ricevere complimenti su come cucina.
Io faccio l’offesa e scoppiamo a ridere. C’è un che di innaturale però, oggi, quasi di imbarazzato nei nostri gesti; probabilmente Jar è dispiaciuto per come mi ha trattato negli ultimi due giorni. Mentre lui finisce di cucinare io apparecchio e faccio un po’ di feste a Britney che, poverino, se ne sta in un angolo facendo il trascurato. Metto un cd di musica africana, Jar è pieno di questa roba. Arriccio il naso, non è il mio genere.
“E’ inutile che fai quella faccia, questa musica è sublime! Abbassa un po’e vieni a tavola che si fredda.” Sto per avventarmi sul pollo quando sento un rumore inatteso: POP. Alzo gli occhi: Jarrod ha appena stappato una bottiglia di vino rosso. A pranzo è una vera rarità e poi Jar non ha quasi mai vino a casa, al massimo beve birra, e sono sempre io che lo porto quando mi invita a mangiare da lui. Me ne versa un bicchiere e solleva il suo: “Vorrei fare un brindisi”
Wow, che emozione. Sorrido senza capire e alzo il mio bicchiere.
“Alla mia migliore amica che oggi è quasi affogata mentre andava in bicicletta” Sorride “Mi dispiace di aver fatto lo stupido l’altra sera, Trish.”
Sono commossa e arrossisco, sono in assoluto le scuse migliori che abbia mai ricevuto. Il vino è ottimo e mi riscalda. “Ti dispiacerà ancora di più quando saprai che la torta che ti avevo preparato ieri era decisamente una delle migliori che abbia mai preparato in tutta la mia vita!” Esclamo servendomi una generosa porzione di pollo.
“Già, la torta anche…ho un sacco di cose per cui scusarmi…”
“Però guarda che avresti potuto aspettare anche che il sole sorgesse per venire ad offrirmi il calumet della pace: ti sarai svegliato all’alba per passare da me così presto…”
Fa una faccia strana e ho l’impressione che sotto la barba un po’ lunga, le sue guance diventino improvvisamente rosse.
“Ecco, questa è un’altra cosa di cui ti vorrei parlare…”
“Cosa?” E inforco un lungo spinacio.
“In effetti, mi sono svegliato molto presto, ma sono passato sotto casa tua mentre tornavo a casa”
“Sei andato a comprare il giornale?” Incredibile, non l’ho mai visto leggere un quotidiano da che lo conosco.
“Veramente…tornavo a casa perché non ho dormito da me.” Lo fisso di stucco “Stanotte sono stato da Penelope”.
Confesso che, nonostante conosca Jarrod da parecchi anni e abbia ascoltato pazientemente molti resoconti delle sue serate con ragazze nuove, questa volta rimango un po’ troppo sorpresa.
“Scusa…non sapevo che vi frequentaste…Ma, la conosci da molto? Non me ne hai mai parlato…”
“Al contrario, la conosco da pochissimo. O meglio, ha cominciato a lavorare in libreria da qualche mese, però non facciamo gli stessi turni quindi ci incontravamo di rado. Ieri è stata la prima volta che siamo usciti insieme e anche lì è stato tutto casuale: se non avessi deciso di lavorare, ieri, non avrei scoperto che aveva due biglietti per i Sultan’s Project e che un’amica le aveva dato buca…Trish, è fantastica!” Ecco perché non sapevo avesse i biglietti…Sembra veramente emozionato ed io, da brava amica, non posso che incoraggiarlo a parlarmi di questa nuova “fantastica” ragazza.
Salta fuori che Penelope ha appena compiuto 21 anni, che suo padre è spagnolo e lei ha vissuto a Barcellona fino a due anni fa, quando, dopo essere superato un’audizione per  entrare nella Royal Ballet School, si è trasferita qui con il fratello, a quanto pare, un modello scavezzacollo che è quasi sempre in giro. Quindi, Penelope trascorre la maggior parte delle sue giornate ballando e il sabato lavora nella libreria di Jar per arrotondare.
Appena sento che è una ballerina penso con invidia a tutti i miei balletti improvvisati davanti al dvd di Flashdance o Central Stage, però devo sforzarmi di non mettermi al centro di tutti gli argomenti: ora si parla di Jarrod e della sua nuova ragazza.
“Wow, Jar, in effetti sembra davvero in gamba! Sono curiosa di incontrarla…”
“Sul serio? Mi piacerebbe fartela conoscere, Trish: è una vera forza!”
“Già, e…ieri sera il concerto?”
“Ah, il concerto è stato grandioso” Dio, è talmente entusiasta che mi sta salendo la pressione a sentirlo parlare “E il bello di Pen è proprio questo: sembra tutta elegante e delicatina, invece è una fan sfegatata dei Sultan’s , ieri sera era scatenata, non riuscivo a tenerla ferma”
“Avete dormito insieme…” Sorrido.
“Sì, beh, in realtà abbiamo fatto tardissimo perché dopo il concerto abbiamo raggiunto dei suoi amici in un locale. Dei tipi a posto, tutti ballerini…non avrei detto che i ballerini fossero delle persone così simpatiche…Quando l’ho riaccompagnata a casa erano quasi le cinque e…sono salito un attimo e ci siamo addormentati sul suo letto”
“Avete dormito, quindi…?” Lo guardo scettica.
“Sì, ti assicuro…sembra un angioletto quando dorme…”
Ragazzi, sembra che si sia preso una bella cotta! Dopo solo una volta che ci è uscito; questa ragazza deve essere veramente qualcuno.
Finiamo di pranzare e ci trasferiamo sul divano. Fuori ha smesso di piovere e, dopo aver vegetato un po’ davanti alla tv, saluto Jarrod e torno a casa mia.
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